La storia di una sconfitta per aprire nuove prospettive politiche. Un nuovo libro di Gerardo Bianco.
Gerardo Bianco esce con un nuovo libro (La parabola dell’Ulivo 1994-2000. Conversazione con Nicola Guiso. Ed. Rubettino), la continuazione del precedente libro “la Balena Bianca”, che riassumeva la storia del periodo che andava dalla caduta del Muro all’inizio della grande transizione. Quindi nel nuovo libro ci sono avvenimenti importanti e drammatici che narrano la crisi della Democrazia Cristiana, il cambiamento del nome fatto da Martinazzoli in Partito Popolare, l’accordo con i popolari della riforma di Segni, la catastrofe elettorale del 1994, il susseguente ritiro di Martinazzoli, la segreteria di Buttiglione, la prima scissione di Casini, la forzata scelta a destra di Buttiglione per Berlusconi, la dichiarazione ufficiale della fine dell’unità politica dei cattolici fatta dal Cardinal Ruini (in appoggio alla scissione di Buttiglione), la conseguente segreteria d’emergenza dello stesso Gerardo Bianco, la vittoria dell’Ulivo, la lunga travagliata gestione del governo Prodi, fino alla successiva vittoria di Berlusconi.
Di fatto Gerardo Bianco è l’ultimo segretario del partito Popolare e la riscrittura accurata di quegli avvenimenti dal suo punto di vista è preziosa per la comprensione di uno dei periodi più difficili della nostra storia.
Gli scopi principali.
Mi sembra di poter dire che i principi informatori o perlomeno lo scopo principale che Bianco si propone in questo suo memoriale, sono questi: innanzitutto la difesa del giudizio storiografico della DC ed il suo ruolo “quale struttura portante della democrazia italiana nel secondo dopoguerra” contro il tentativo di dare “legittimità storica alla teoria complotti sta del “doppio stato” per la quale gli americani e la mafia con il supporto della Dc avrebbero comandato in Italia dal 1943 in poi”.
La difesa del giudizio storico sulla DC contro i pregiudizi delle Brigate Rosse prima e dei protagonisti della lunga transizione dopo, ivi compreso lo stesso Berlusconi, sono un punto fondamentale dell’azione politica, ma soprattutto della cultura di Gerardo Bianco, che ne fa l’asse portante dei suoi scritti.
La seconda linea direttiva è rappresentata dalla sua avversione al sistema maggioritario ed al sistema presidenziale. Dice nella sua prefazione Nicola Guiso: “La tesi sul maggioritario fu sempre contestata da Bianco, per il quale il valore del sistema proporzionale (corretto da un’adeguata sbarramento percentuale alle liste per concorrere al riparto dei seggi ed alla adozione della sfiducia costruttiva per poter sfiduciare il governo”) era nato non solo dal fatto che, storicamente, si era dimostrato il più rispondente alla realtà culturale, sociale e politica della tradizione italiana e, in particolare, dalla prova, largamente positiva che aveva dato tra il 1946 ed il 1992”.
Gli avvenimenti.
Non è possibile, non dico riassumere, ma neppure elencare tutti gli avvenimenti che Gerardo racconta, spiega ed analizza. Ma su alcuni dobbiamo per forza soffermarci. È importante che dopo il ritiro passionato e teatrale di Martinazzoli ci si rivolgesse ad una personalità che poteva rappresentare il mondo cattolico, nella sua parte più attiva, Comunione e Liberazione, con la speranza che il rinnovamento desse nuova linfa al nuovo Partito Popolare. Buttiglione fu la scelta sbagliata di Marini, dello stesso Martinazzoli e di De Mita. È interessante notare che dopo la catastrofe elettorale che aveva vanificato l’apporto di Segni nelle elezioni del 1994, il Partito Popolare era di fatto rappresentato dalla sinistra del Partito, la sinistra di base con Martinazzoli e De Mita e la sinistra sociale con Marini. E’ incredibile che questi si siano rivolti con fiducia ad un esponente di Comunione e Liberazione come Buttiglione, che farà una scissione per portare quello che restava della DC alla coorte di Berlusconi. È importante notare il giudizio di Bianco: “E’ mancato comunque un adeguato momento di riflessione, una Nuova Camaldoli, per riflettere sulle cause che avevano determinato la disgregazione di blocchi sociali politicamente orientati, che avevano assicurato all’Italia decenni di sviluppo civile e sociale nell’ordine e nella libertà (…) Dopo le elezioni l’impegno sembrò limitarsi ad una contrapposizione nei confronti del Governo Berlusconi percepito come un’anomalia politica, senza partire da un’analisi critica delle nuove realtà”.
È interessante notare che l’esigenza di una Nuova Camaldoli che è riapparsa nelle iniziative promosse da Gerardo Biancoalla fine dell’esperimento berlusconiano, siano riconosciute come un’esigenza già necessaria dall’ormai lontano 1993.
Nel 1994 vince Berlusconi impadronendosi di gran parte dell’elettorato democratico-cristiano e Ochetto si dimette. Ochetto e Scalfaro avevano fatto in modo che non si formasse un governo di Segni dopo l’esito del referendum, e Segni non aveva accettato la designazione di Prodi, Presidente del Consiglio, perchè era evidentemente fatta contro di lui. Scalfaro riuscì a formare un governo Ciampi, che cadrà proprio quando D’Alema ritirerà i suoi ministri per il voto delle Camere contro l’arresto di Craxi. Le improvvide elezioni anticipate portano alla vittoria Berlusconi.
Buttiglione si decide a scegliere l’alleanza di destra con Berlusconi. Dice Gerardo Bianco: “Egli giustificò la scelta con la convinzione che a destra vi fosse una grande forza elettorale, ma che mancavano i dirigenti capaci di guidarla e di valorizzarne la forza sul terreno politico ed istituzionale. Fu un grave errore di valutazione che abbiamo tutti pagato”. E che stiamo ancora pagando, considerando quanti hanno appoggiato Berlusconi con la speranza di conquistare dall’interno la guida del blocco che Berlusconi aveva saputo creare, ma che riteneva suo e soltanto suo.
La scelta di Buttiglione snaturò il Partito Popolare e soprattutto la sua componente principale: la corrente di sinistra di base.
C’è una interpretazione interessante sulla vicenda, nella quale Bianco riconferma la sua tradizionale avversità al presidenzialismo, in favore di una centralità del Parlamento. Scrive infatti: “Credo che sia stata proprio la mancata o inadeguata valorizzazione del Parlamento (…) a creare nuove tensioni e rotture con la Lega. Non dobbiamo dimenticare che è in Parlamento che abbiamo realizzato la trasformazione e lo sviluppo del Paese, abbiamo vinto il terrorismo e superato gravissime crisi economiche. Resto convinto che il Parlamento era ed è il luogo dove si devono trasferire i confronti ed i conflitti e dove questi possono essere risolti. Se ciò non accade rischiano di trasferirsi nella piazza. Per questi motivi sono stato e sono contro il “presidenzialismo” (…)”.
Questa concezione tradizionale nei Popolari a favore di una centralità del Parlamento, di un’avversità del presidenzialismo e con esso della scelta personale e del collegio uninominale e quindi a favore della proporzionale, è una caratteristica della sinistra democratico-cristiana che egemonizza l’atteggiamento del Partito Popolare e che creerà uno dei problemi più difficili della transizione, la stabilità di governo e la connessa legge elettorale, per realizzarla.
Ma altri problemi incombono sul Partito Popolare, nell’anno cruciale del 1995. Il 2 Febbraio Romano Prodi, con l’appoggio di Segni, che era uscito sconfitto assieme a Martinazzoli fonda un “polo democratico” che sarebbe poi stato l’Ulivo. Il Partito Popolare subisce da un lato la spinta di Buttiglione che vorrebbe portarlo a destra, dall’altra l’attrazione di Prodi che proviene dalla sua medesima cultura politica.
Si preannuncia una situazione altamente pericolosa. Ricorda Bianco: “L’unica strada possibile al PP era quella della massima unità di indirizzi operativa. Gli amici che ho ricordato (la sinistra DC ndr.) invece, avevano ricominciato ad agire e a comportarsi come la vecchia sinistra democristiana e questo consideravo, e continuo a considerare che sia stato un errore”.
Ma non per questo Gerardo Bianco si schiera con Buttiglione. Anzi, assecondato da De Rosa, con cui aveva fatto un bellissimo lavoro quando erano entrambi presidenti dei gruppi (della Camera e del Senato) dava un giudizio molto severo di Buttiglione: “Ero d’accordo con De Rosa che Buttiglione, pur essendo persona di notevole cultura filosofica-cattolica, non fosse un buon interprete della peculiare tradizione democristiana”.
Dal diario di Gabriele De Rosa emerge il ricordo di una cena in casa Bianco e qui Gerardo ricorda: “In quella sede noi presenti, compreso, come nota De Rosa, Ciampi, giungemmo alla conclusione che era nell’interesse del paese ed anche del partito puntare sull’iniziativa di Prodi”. (…) In quella fase vi era stata una presa di posizione a favore di Prodi da parte del Presidente del Consiglio Nazionale Giovanni Bianchi, di Mancino e di Andreatta. (…) Avevano ricominciato ad agire e a comportarsi come la vecchia sinistra cristiana e questo consideravo e continuo a considerare che sia stato un errore”.
“Al fondo del disegno di Buttiglione c’era l’illusione di sostituire Berlusconi nella guida del centro-destra, in base ad una pretesa di una sua superiorità politica e culturale rispetto a Forza Italia. Buttiglione ragionava in termini astratti senza tener conto della personalità di Berlusconi resa evidente da fatti ed atteggiamenti del leader di Forza Italia che lo rendevano un esempio di autostima fino all’esaltazione anche in ambito politico”.
Come si vede, l’illusione di molti cattolici di poter egemonizzare la forza di Berlusconi per poi correggerla e magari ereditarla è un tema ricorrente nel rapporto fra cattolici e berlusconismo. A Febbraio la linea di Buttiglione viene sconfitta nel Consiglio Nazionale che approva un documento favorevole ad un’intesa con Prodi. Buttiglione annuncia le sue conseguenti dimissioni, ma poi, dominato da Formigoni, decide di non dimettersi e di fare, contro il mandato del Consiglio Nazionale, l’alleanza con la destra.
Da qui nascerà una spiacevole ed imbarazzante situazione con ricorsi alla magistratura e divisioni dei titoli dei giornale e degli emblemi come nei peggiori divorzi. Raccontando questa fase Bianco dà un acuto giudizio su Formigoni: “Un personaggio sul quale ho sempre avuto molte riserve, capace di atteggiamenti sottomessi per soddisfare le su ambizioni, salvo poi ad impennarsi una volta ottenuto lo scopo. Sono stato testimone di questi atteggiamenti in alcuni incontri con Martinazzoli: (…) lo considero soprattutto un abile uomo di potere, ma non un politico sul quale contare. Egli è stato il principale ispiratore di Buttiglione nella rottura del PPI calcolando di potersene giovare a Milano dove brillava ormai l’astro di Berlusconi”.
Questa vicenda che si chiude tristemente dà l’occasione a Gerardo Bianco di dare una definizione del patrimonio storico della DC che mi pare essere il punto centrale del libro e del suo pensiero: “Era convincimento della grande parte della classe dirigente della DC che la forza della democrazia e della libertà alla base dell’alleanza della DC con i partiti di democrazia laica e socialista, avrebbe finito per influire sugli orientamenti del PCI (…), liquidandone i miti fino a fargli prendere atto del valore della superiorità degli indirizzi che guidavano lo sviluppo del Paese”. Del resto un riconoscimento effettivo della politica estera pro-occidentale dell’Italia era stato già approvato nel 1977 in un documento parlamentare che per la prima volta aveva accanto alla firma di Flaminio Piccoli, anche la firma del Presidente dei deputati comunisti, Alessandro Nazza, documento sul quale Arnaldo Forlani, Ministro degli Esteri, espresse parere favorevole.
In quel momento di massima crisi venne eletto come Segretario del PPI che Buttiglione continuava a considerare illegittimo, Gerardo Bianco, su proposta di Franco Marini, il 25 Marzo all’unanimità e con voto segreto.
Di questo momento drammatico Gerardo Bianco ricorda che alla rottura autoreferenziale di Buttiglione si aggiunse due giorni dopo la decisione del Cardinale Ruini, Presidente della CEI, che, addolorato della violenta conflittualità nel Partito di ispirazione cristiana, prendeva atto che era giunto alla fine “l’impegno unitario organizzato dei cattolici in ambito politico”. (Avvenire 28 Marzo 1995).
Si tratta di una decisione molto importante finisce un periodo della storia dei cattolici italiani che viene chiuso senza commozione e senza riguardo.
L’unità politica dei cattolici, ritenuta una necessità dei tempi duri in cui la Chiesa si sentiva in pericolo per l’assalto dei comunisti all’Europa, non era stato soltanto un argine difensivo, era stata anche la grande assunzione di responsabilità politica che rese possibile la rinascita italiana.
Si può pensare anche che la caduta del Muro di Berlino sia stata la causa effettiva di questo “rompete le righe”, ma in realtà la domanda di una maggiore flessibilità sul modo di essere dei cattolici in politica si era molto diffusa dopo il Concilio. Ma non c’è dubbio che senza negare la possibilità di espressioni diverse, la fine dell’unità politica dei cattolici non è riuscita a realizzare una maggiore influenza della ispirazione cristiana. Tutt’altro: la diaspora che nasce da questo evento è stata vuota, inefficace e dannosa per l’Italia.
È ormai necessaria una meditazione su questo valore e la ricerca di una soluzione che rispettando la libertà dei diversi orientamenti garantisca la possibilità di stare assieme nelle cose che contano, ivi compresa lo stato di salute dell’Italia.
Ma forse il Cardinal Ruini non aveva presente la fine dell’organismo politico che era stato prezioso per l’Italia, ma voleva raggiungere uno scopo di breve termine, quello di prendere in mano il rapporto con il Governo e con la politica italiana senza intermediari e, nel momento specifico della crisi provocata da Buttiglione, il suo intervento era un appoggio obiettivo al progetto di Formigoni ed, in definitiva, al progetto berlusconiano.
Comunque l’allegro disegno dei cattolici cosparsi, dappertutto, come il rosmarino sopra pezzi diversi di arrosto misto, va ripensato culturalmente e ridefinito praticamente.
Partendo da un principio diverso: che l’unità dei cattolici non sia necessaria soltanto come strumento di difesa dei cattolici, ma sia necessaria soprattutto come strumento di edificazione della società italiana.
In questa difficile situazione Gerardo Bianco si assume il compito di affrontare le elezioni amministrative regionali dell’Aprile 1995. Il PPI passa dall’10% al 7%, che in quella situazione disastrosa può essere considerato un miracolo. Gerardo Bianco salvò il PPI che potè in questa maniera svolgere una funzione molto importante nella creazione dell’Ulivo e nella vittoria di prodi del 1996.
Prodi aveva iniziato la sua impresa dicendosi che si sentiva di casa nel PPI. In qualche modo aveva ereditato quello che restava dell’ondata riformatrice di Mario Segni e ci teneva ad una certa indipendenza critica. Anche il Partito Popolare dava a Prodi un’adesione profonda, considerando che appartenevano alla stessa cultura, ma ragionata. Ricorda Gerardo Bianco: “(…) incalzava l’iniziativa di prodi, e per questo mio atteggiamento prudente fui sospettato di essergli contrario. Non lo ero affatto, ma volevo che la sua iniziativa maturasse partendo una premessa: cancellare il “prodismo” che da essa affiorava, cioè un’idea demiurgica della politica, che aveva quale strumento l’Ulivo partito unico, con conseguente liquidazione dell’intuizione feconda dell’Ulivo coalizione. Per me era necessario invece lavorare per giungere alla formazione di un solido sistema di alleanze di centro-sinistra, con il trattino lungo, obiettivo che aveva sempre ispirato la mia vita politica e che ritenevo fosse reso concreto in quel momento dall’evoluzione del PDS dopo che alla sua guida era arrivato Massimo D’Alema”. Riconosciamo subito in questa posizione di amore-gelosia le due anime della Democrazia Cristiana. Da un lato, l’anima dei riformatori, che hanno elaborato una cultura della crisi dei Partiti e della necessità della loro riforma, filone che parte da un apprezzamento delle forme elettorali in cui viene ricondotta entro i suoi limiti il potere di scelta dei partiti e viene aperta una via di maggior partecipazione (elezione diretta del sindaco, sistema maggioritario, collegio uninominale, primarie). È la linea che dal Convegno di Sorrento di Rumor e Sullo arriva alle riforme statutarie degli anni ’80, al moto referendario degli anni ’90, ed al cambiamento della legge elettorale.
A questo filone appartiene Prodi. L’altro filone è quello della sinistra DC che pensa che il voto popolare sia un voto quantitativo e che la scelta di partito delle persone e dei programmi all’interno del potere delegato dal voto popolare sia il voto qualitativo.
È una concezione che prevede delle aristocrazie formate e competenti ed una mediazione fra popolo ed istituzioni che si esprime attraverso la rappresentanza proporzionale di tutte le forze politiche nel Parlamento. Prodi era più legata alla prima tradizione. Gerardo Bianco più alla seconda. Ma entrambi avevano quel tratto di civiltà politica che permette di capire, l’uno le ragioni dell’altro.
Qual è il giudizio su Prodi di Gerardo Bianco? È questo: “(…)Molto positivo, considerate la natura e la dimensione dei problemi che dovette affrontare; e per la capacità dimostrata a realizzare l’obiettivo prioritario che si erano proposti il Governo ed il PPI: l’ingresso dell’Italia nell’area dell’euro sin dal momento della sua creazione. Meno positivo è il mio giudizio su come Prodi si mosse nel contesto partitico parlamentare, credo per la poca dimestichezza che aveva con quelle prassi e quelle procedure”.
“(…) negli anni della mia segreteria quand’egli guidò egregiamente il governo ci riconoscemmo e si riconobbe con i fatti negli indirizzi solidaristici e riformisti della grande tradizione democristiana”.
È molto interessante il giudizio che Bianco dà al Congresso del PDS del 1995. Al Congresso è presente una delegazione di Forza Italia guidata da Berlusconi e l’Unità del 7 Luglio 1995 si espone: “Con questa destra italiana si deve convivere e si deve anzi lavorare per dare un fondamento ed una comune responsabilità nel guidare questa transizione, nel definire le nuove regole e nell’ammodernare l’impianto istituzionale e costituzionale”. Tutti sappiamo come questo progetto di D’Alema sia finito sulle sabbie mobili dell’opportunismo berlusconiano. Ma è interessante il commento di Bianco che parla di “un disegno perseguito con intelligenza e tenacia da tutti i leader democristiani – quello cioè di rendere solida e stabile la democrazia italiana, includendo a pieno diritto nel sistema istituzionale tutte le forze politiche più rappresentative del Paese”.
Questo disegno, secondo Bianco, ha ispirato non solo De Gasperi e le sinistre democristiane, ma anche i dorotei. E conclude Bianco: “Non va dimenticato che la leadership di Moro nasce da quel contesto”.
Secondo Bianco: “Una delle più gravi responsabilità politiche di Berlusconi è quella di aver preferito lo scontro manicheo, continuando a delegittimare l’avversario”. Il risultato è stato la crisi della seconda repubblica. Nel 1995 anche Buttiglione fa il Congresso della CDU, il gruppo che è uscito dal Partito Popolare per trovare rifugio nelle braccia di Berlusconi. Il Congresso si basa sulla difesa dei valori irrinunciabili. Dice Bianco: “Buttiglione proponeva valori e principi di per sé validi, ma che finivano per restare declamazioni, perché ciò che risultava politicamente rilevante era la sua collocazione al fianco di Berlusconi”.
Questa scelta infelice rendeva strumentale il richiamo ai valori “irrinunciabili”.
All’inizio del ’96 cade il Governo Dini.
D’Alema tenta di portare a termine il progetto di riforma costituzionale che Berlusconi aveva favorito, ma Berlusconi punta ad una sua rivincita personale, sfratta l’accordo con D’Alema in sede di commissione bicamerale, impedisce un tentativo di fare un governo presieduto da Maccanico, ed il Presidente Scalfaro è costretto a sciogliere le Camere e a fissare le elezioni. È un’operazione che Berlusconi ripeterà spesso nel cammino della seconda Repubblica. De Rosa scrive sul suo diario un commento di G. Bianco: “Per mediare troppo abbiamo rischiato di perdere l’anima”. Gabriele De Rosa commenta: “In poche parole, è racchiusa tutta la storia della Dc del dopoguerra, bravo Gerardo”.
E qui incomincia la storia del lungo rapporto con Prodi.
Buttiglione, Casini e Mastella erano divenuti “organici con Berlusconi”. Gerardo Bianco tenta un accordo con Romano Prodi perché fosse ad un tempo capo della coalizione dell’Ulivo, ma anche leader del Partito Popolare. Una lista “Popolari per Prodi” fu presentata dalla parte proporzionale del PPI, PRI, SVP.
In queste elezioni si manifesta una diversa concezione dell’Ulivo tra Gerardo Bianco e Romano Prodi che poi si svilupperà e avrà delle conseguenze. “Qualche dirigente riteneva che ci fossero già le condizione perché da coalizione l’Ulivo si trasformasse in forza politica unitaria. Io obiettavo che l’Ulivo era lo strumento flessibile che tale doveva restare”. Gerardo Bianco fu sempre favorevole ad una coalizione e sfavorevole ad un soggetto politico unitario.
Dice Gerardo Bianco: “Purtroppo il modello della coalizione fu abbandonato per inseguire la successione del grande partito unitario dell’Ulivo, con le conseguenze negative rese evidenti dalle vicende di qualche anno dopo”.
Prodi forma il suo Governo con Vicepresidente Veltroni, Giorgio Napolitano agli Interni, Lamberto Dini al Tesoro, Ciampi al Bilancio, Giovanni Maria Flick alla Giustizia, Beniamino Andreatta alla Difesa, Luigi Berlinguer all’Istruzione, Rosy Bindi alla Sanità ed Antonio Di Pietro ai Lavori Pubblici.
Gerardo Bianco registra già alcune difficoltà: il governo dipende molto dai voti di Rifondazione Comunista, anche se non ci fu da parte loro nessuna difficoltà alla realizzazione degli obiettivi europeisti del Patto di Maastricht. In realtà la interferenza più grande non fu nel programma ma nel passo indietro fatto da Rifondazione al momento del voto di fiducia. Anche se D’Alema ebbe per tutto il periodo il sospetto che Prodi usasse un trattamento preferenziale con Rifondazione e quindi lo scavalcasse a sinistra.
Il 12 gennaio del 1997 Franco Marini viene eletto Segretario del Partito Popolare e Gerardo Bianco diventa Presidente del Consiglio Nazionale.
Bianco esprime anche un giudizio positivo sulla commissione parlamentare per le riforme istituzionali e sotto la presidenza D’Alema cominciò a lavorare nel febbraio del 1997.
Scrive: “… La commissione Bozzi aveva fatto un buon lavoro, come lo fece la Commissione De Mita-Iotti che alla fine del ’93 aveva completato e predisposto un quadro organico di proposte. (…) Questo mi rafforzava nella convinzione che fosse un grave errore lo scioglimento anticipato delle Camere che avrebbe avuto la conseguenza di rendere inutile il lavoro di questa nuova commissione”. Ma ancora una volta Berlusconi preferì ribaltare il tavolo della Commissione per perseguire la rivincita con lo scioglimento della Camera. Nell’ottobre del ’97 Rifondazione Comunista affondò il Governo Prodi.
l 1 febbraio nel 1998 Berlusconi viene meno all’intesa di casa Letta per una legge elettorale a doppio turno. Propone la proporzionale con lo sbarramento del 5% e l’elezione in Parlamento del Cancelliere.
La proposta rimandava in alto mare tutto il lavoro svolto dalla commissione.
Dice Gerardo Bianco: “Devo dire che per me la fine della bicamerale fu un’amara sorpresa, perché, invece di diventare luogo per correggere le parti della Costituzione, divenne il luogo per accentuare ed esasperare i confronti politici. Mancava lo spirito costituente”.
Nel 1999 sono possibili candidati al Quirinale Ciampi e la Jervolino. Bianco ritiene che Ciampi abbia le migliori possibilità di riuscire e la stessa Jervolino ritira la sua candidatura. Bianco racconta: “Ciampi mi telefonò al partito, con molta correttezza mi disse che sapeva dell’andamento dei nostri dibattiti interni, ma rispettava le nostre decisioni che dovevamo prendere in assoluta libertà. Gli anticipai che sarebbe stato lui il candidato anche nostro”.
Quando Gerardo Bianco lascia la Segreteria il PPI si avvia verso la sua sparizione. L’Ulivo scelse come suo candidato Rutelli ed Andreotti per suo conto fondò il Movimento “Democrazia Europea”.
Dice Bianco: “Ma questa del leader restava comunque una scorciatoia, poiché, invece di affrontare la crisi culturale e politica dei partiti apertasi in quegli anni li sviava verso la soluzione carismatica, che era la stessa strada perseguita dal berlusconismo, all’epoca, più attrezzato ed attraente. Occorreva, invece, un’approfondita riflessione sulle grandi questioni aperte nel mondo e d in Italia dalla organizzazione economica e dalla unità monetaria europea”.
A questo punto Gerardo Bianco, che avrebbe preferito una scelta federativa delle formazioni politiche di centro-sinistra si rende conto della fine di un periodo storico. Nel 2001 Berlusconi vincerà e si aprirà il decennio catastrofico del declino italiano.
Così commenta la fine del Partito Popolare (e dell’Ulivo) Piero Craveri: “In questo quadro la tradizione del cattolicesimo sociale avrebbe certamente potuto dare un contributo.(…)L’aver abbandonato questa deriva di autonomia e di capacità di sintesi politica è stato un inutile cedere alla radicalizzazione della lotta politica che in Italia ha impoverito oltre ogni limite la capacità di pensiero e di azione pubblica. Bianco ci racconta in realtà la storia di una sconfitta in cui il senso della storia sembra andare oltre, senza rinnovare tuttavia le vecchie tradizioni politiche e lasciando l’orizzonte privo di riferimenti. Su ciò si dovrà necessariamente tornare, anche se in altro modo, per aprire nuove prospettive politiche”.
Bartolo Ciccardini


