Se hai paura a andar lontanodi Lucia Gemma

“Se hai paura a andar lontano
puoi volarmi nella mano
ma so già cosa pensi
tu vorresti partire
come se andare lontano fosse uguale a morire
e non c’è niente di strano
ma non posso venire.”
La sera dei miracoli – Lucio Dalla

Esattamente, mi sento come due anni fa. Ci lasciammo dopo quattro anni di agonie, sesso e niente amore. Il io simpatico, quello che se la fa con tutte. Lei, quella carina della biblioteca che non riusciva a tirarsela nemmeno un po’. Divenne stancante persino spogliarci, divenne triste guardarci. Così mi piantai fuori da casa sua e le dissi addio.
Io sono quello a cui piace far ridere la gente, risollevarla da piccoli drammi quotidiani, divento volgare a volte, sotto l’effetto dell’alcool sono incontrollabile, le mando a dire a chiunque e da sobrio continuo imperterrito. Nessuno mi frena la lingua, tranne la greca del terzo piano (ma questa è un’altra storia).
In un giorno come tanti altri, io, uno come tutti gli altri, mi avvio verso un caffè come un altro alla ricerca del caos giusto che mi serve per ricaricare. L’ho lasciata e non è stata affatto dura ma ho qualcosa nella pancia che urla pietà, colpa del rum forse.
Bo.
Mi ci fermo davvero in un bar alla fine, prendo le misure dei tavoli e con la matita inizio a disegnarci su. Una figura di donna. So chi è. Continuo a ritoccarle le labbra, i capelli lunghi, le piccole orecchie. Avvicino un altro tavolo, lì ci disegno me stesso, intento a guardarla senza interesse, come faccio sempre. Una come le tante, una come le tante, mi ripeto. I tavoli mi danno ragione. Lei parla con un altro uomo, bello, sulla trentina, un ingegnere edile. Lui non la ascolta, continua a fissarla negli occhi per paura di perdersi ogni suo battito di ciglia. Sembra preda di uno stupido incantesimo. Lei guarda oltre, vede me. E fa finta di niente, come sempre. L’ingegnere è pazzo di questa piccola creatura, scrive qualcosa su un foglio, il suo numero forse, lei è triste, prende quel pezzo di carta e se lo infila nella borsa, così, a caso, poi controlla che ci sia caduto dentro davvero e fa un mezzo sorriso. Chissà. Magari l’ingegnere è fortunato.
Cammina verso il bancone, non è sicura di sé, continua a sistemare la maglia che le disegna i fianchi bellissimi. Parla al barista, lui le sorride, è semplice bella giovane, come non sorriderle quando ti parla.
Io sto sempre là, con i due tavoli davanti. Guardo la figura femminile che ho disegnato, non le somiglia neanche un pochino. Perché dovrebbe poi? Continuo il mio disegno indisturbato. A distrarmi dopo un po’ sono le parole del barista, un’altra vittima della piccola creatura. Lei stavolta non sorride, si limita a fissare lo specchio dietro il bancone e mi vede. Sono tre secondi come tanti altri, mi riconosce forse, ma non lo fa notare. Distoglie lo sguardo. Io continuo ad osservarla, è bella quando porta alla bocca la tazzina di caffè. Lo fa come se fosse un gesto inusuale, accavalla le gambe e mi ritrova di nuovo nello specchio. Un universo poco distante, io e i due tavoli. Nasconde il sorriso dietro la mano. Forse ricorda qualche mio momento logorroico, raccontato con interessante filosofia e di cui non le fregava nulla.
Si alza, fa per pagare il conto e il barista si bello con l’offerta della casa. Lei, sempre più annoiata da quel polipo affamato di bellezza, gira i tacchi e va via. Io resto fermo, virile come non mai. L’avverto dietro i vetri del bar, non muovo un dito. Immobile come i miei tristissimi disegni.
Poi sento di potercela fare. E’ una sensazione pazzesca. Esco dal bar come una furia, getto lo sguardo ovunque ma di lei neppure l’ombra. Siedo su una panchina qualunque e getto la spugna. Chiudo gli occhi e la disegno nella mia mente, questa volta lei soltanto, colorata di mille pennelli d’arcobaleno, la donna che vorresti ma che non puoi avere, la donna che ti vorrebbe ma non ci pensa neppure a prenderti la mano veramente. Troppo complicato, troppo stupido, direbbe. Balla un twist pazzesco nella mia mente, è divertita. Si prende gioco di me, glielo permetto, lei può farlo. Non parla, il mio è un film muto. Muove le labbra per suggerirmi qualcosa e sulla didascalia di seguito si legge “Piccolo sciocco innamorato”. Faccio per toccarla e scivola via in una dissolvenza. Nessun taglio, sono rincuorato. La ritrovo in un parco affollato di fiori, percorre un vialetto isolato. Le sto dietro con lo sguardo. Mi avvicino senza che lei se ne accorga. Faccio per prenderle la mano…
Poi qualcosa si muove. La matita cade dal tavolo.
Il suo disegno mi fissa sorridendo.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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