Gli scricchiolii che molti di noi avevano osservato nelle ultime settimane sono risultati ben poca cosa rispetto ad un terremoto dalle conseguenze imprevedibili, e che solo in virtù delle bizzarrie del Porcellum non ha coinvolto anche la Camera dei Deputati, assegnandovi una finta ed inutile maggioranza assoluta ad una coalizione che conta meno di un terzo dei voti utili e meno di un quarto degli aventi diritto al voto.
Va detto, per inciso e per sgombrare subito il campo da possibili osservazioni, che, ove non si fossero presentate al Senato le liste di “Rivoluzione Civile” e di “Fermare il Declino”, e pur ammettendo che i loro voti potessero venir matematicamente sommati rispettivamente a quelli del Centrosinistra ed a quelli dei centristi, non sarebbe cambiato granchè: Friuli, Liguria, Marche, Sardegna, Calabria, sarebbero sì state appannaggio del Centrosinistra, ma col risultato di ottenere al Senato meno di 10 seggi in più di quelli effettivamente ottenuti.
La sindrome dei 25.000 voti ha trovato così una conferma più che puntuale, ed una vittoria data per scontata è svanita nel nulla.
Indice inequivocabile, questo, di quanto abbia pesato lo svuotarsi di “Italia Bene Comune”: la Carta di Intenti, a partire dalla quale il Centosinistra avrebbe potuto (ma soprattutto, dovuto) iniziare a tratteggiare un progetto per il Paese, è rimasta al palo, sostituita dalla fideistica convinzione che, comunque fosse, la vittoria era già conseguita. Così è avvenuto che di un progetto politico del Centrosinistra non si sia più sentito parlare, e che la stessa coalizione abbia, strada facendo, mutato i propri connotati, assumendo quelli di un cartello elettorale con l’imbarcare arnesi odoranti di notabilato come il Megafono di Crocetta o la lista di Tabacci e Donadi.
Come nel 2006, la carenza di proposta, la supponente convinzione di esser comunque nel giusto, la sottovalutazione degli avversari, hanno prodotto il risultato di essersi ridotti nei fatti a non condurre una campagna elettorale propria, muovendosi invece di rimessa sul campo di battaglia antifiscale ed antieuropeo scelto da una destra che, complice l’intermezzo del governo dei tecnici, era riuscita nell’intento di far dimenticare ai cittadini italiani le sue responsabilità e di addebitare per intero al Governo Monti tutte le difficoltà nelle quali essi vivono.
Non c’è dubbio sul fatto che, se la parentesi del governo tecnico è stata imposta dal dover porre un argine al contemporaneo venir meno della credibilità finanziaria e di quella politica del Paese, ha però consentito alla destra di scindere le proprie responsabilità, prendendone le distanze, da interventi impopolari resisi necessari dopo oltre tre anni del proprio governo, e di crearsi per contro un credito nel fatto di aver sempre cercato di eludere le questioni che venivano poste dai partners europei.
E, mancando un progetto percepibile da parte di “Italia Bene Comune”, il confronto limitato al tentativo puramente difensivo di rispondere alla solleticazione degli istinti antifiscali ed alla freddezza nei confronti dell’Europa tedescocentrica, non poteva che vedere un Centrosinistra in difficoltà nei confronti di una destra che, in buona sostanza, è riuscita a far apparire credibili promesse che mai avrebbero potuto essere onorate.
A completare ed aggravare il quadro, l’aver accantonato la discussione e la proposta sulle grandi questioni relative alle trasformazioni necessarie al Paese, ritenendo di aver già vinto la partita e confinando la polemica con la destra al limitarsi ad affermare in termini generici ed in maniera molto meno convincente di Berlusconi la necessità di ridurre la pressione fiscale e di pensare allo sviluppo, ha fatto sì che il Centrosinistra si trovasse senza argomenti adeguati anche nei confronti delle 5 Stelle.
A gran parte dell’elettorato, il dibattito tra Destra e Centrosinistra è apparso come circoscritto ad una contesa di potere “interna” ad un sistema al tramonto e che, non vedendosi adeguate consapevolezza, volontà, capacità, non era ritenuto rinnovabile né ad opera della destra, né del centrosinistra.
A molti italiani erano apparsi troppo accondiscendenti e dettati da un opportunismo condiviso l’accantonamento di ogni proposito di riforma elettorale e di revisione del finanziamento dei partiti politici, troppo timido il decreto anticorruzione, troppo sfrontata la presunzione di una diversità etica degli uni rispetto agli altri.
Nel voto alle 5 Stelle, alla tradizionale avversione nei confronti della casta politica, sono così venute ad aggiungersi altre ragioni di sfiducia, che ne hanno allargato le dimensioni ed il significato: la percezione di una crisi economica inadeguatamente affrontata, quella delle eccessive disparità sociali ed economiche, quella dell’incapacità del centrosinistra a rinnovare e riavviare il Paese.
Ma non solo di queste si tratta: il voto di domenica e lunedì non è infatti comprensibile in una chiave di lettura univoca; a determinare un terremoto la cui intensità non è ancor chiara, ma che sicuramente si colloca ai gradi più alti della Scala Mercalli, hanno concorso motivazioni diverse, molte delle quali sotterranee ed intersecanti trasversalmente la società italiana nell’incrociarsi di atteggiamenti e parole d’ordine appartenenti al lessico di una sinistra antagonista con altri, appartenenti piuttosto alle tradizioni del populismo di destra.
Non pochi tratti del consenso arrivato a Grillo hanno motivazioni profonde affini a quelle sottostanti al voto dato alla destra; tra queste, prime tra tutte, la sfiducia nei confronti della democrazia e la distanza da una visione europea.
Il voto dato al Movimento di Grillo non è classificabile ricorrendo alle categorie classiche della politica, in termini di destra-sinistra-centro, progressismo-conservatorismo, capitalismo-anticapitalismo, o a qualsiasi altra. Si tratta di un fenomeno che, se è risultato improprio aver sbrigativamente definito come antipolitico, contiene però in sé forti connotazioni pre-politiche, nel senso che non può esser spiegato e misurato in rapporto ad indirizzi e proposte politiche compiute; per definizione non prefigura un’idea della società, del ruolo dello Stato, del funzionamento dell’economia, rispetto alla quale orientare razionalmente le scelte, ma muove invece da pulsioni, suggestioni ed atteggiamenti psicologici profondi che, con tutta evidenza ed a differenza del centrosinistra, Grillo è stato capace di suscitare, cogliere, interpretare.
Vi si rintracciano, appunto, gli echi degli indignados, le suggestioni antindustriali di una parte della sinistra e di una parte del mondo cattolico, quelle di chi contesta da sinistra (e da destra) il ruolo dei sindacati, l’italica carica liberatoria dello sberleffo. E, al fondo di tutto, si osservano una sostanziale sfiducia nei confronti della democrazia e del concetto di rappresentanza, sostituita da una sorta di cyber-democrazia controllata da pochi eletti, insieme al rifiuto dell’uso della razionalità empirica. Una visione culturale, insomma, che nega le radici illuministiche ed il metodo riformista sui quali si sono costruite le moderne democrazie.
Mentre vengono bocciati coloro che hanno sinora calcato la scena, non viene indicata o promossa alcuna precisa linea di indirizzo politico, salvo il “siete circondati, arrendetevi”: il che appartiene più alla tradizione militare che a quella politica, e ricorda da vicino le parole rivolte nel 1653 da Cromwell al Parlamento Lungo, nel 1653. Detto per inciso, e non a caso, il governo del Lord Protettore fu di natura essenzialmente autocratica.
Ciò risponde alla concezione, resasi evidente in questa campagna elettorale e nelle prime dichiarazioni succedute al voto, che la degenerazione di una politica divenuta casta oramai chiusa, autoriproducentesi ed autoalimentantesi, e rispondente quasi perfettamente all’analisi pessimistica delle èlites politiche di Gaetano Mosca, viene considerata come un aspetto fisiologico e non patologico della democrazia parlamentare.
E questo spiega il rifiuto di entrare nel merito di ogni proposta politica che non preveda, appunto, la resa incondizionata.
E’, in definitiva, un voto che misura insieme il limite estremo della deideologizzazione della politica, la crisi dei corpi intermedi e degli strumenti partecipativi della società, e l’atomizzazione dell’individuo.
Su queste premesse, diviene difficile la pratica della democrazia. Che non è certo un sistema perfetto, né di per sé stabile ed autoregolantesi; anzi, senza una sua difesa costante, è un sistema facilmente soggetto alle degenerazioni, di stampo tecnocratico, populista, od autoritario. La Seconda Repubblica, nella scomparsa della politica e di veri partiti politici, ci ha portati al dilagare di queste degenerazioni.
L’Italia del 2013 si trova schiacciata tra una crisi economica e sociale gravissima, ed una crisi politica ancor più grave; a darvi risposte, di qualsiasi segno si vuol che siano, occorrerebbe il concorso di politiche nazionali ed europee adeguate. Che presuppongono una forte capacità di governo ed una buona credibilità internazionale: elementi che nessuna delle ipotesi di governo partite dall’una o dall’altra delle forze oggi presenti in Parlamento possono assicurare.
Il fatto che il PD, rivendicando pateticamente il fatto di essere arrivato primo pur non avendo vinto, abbia proposto un governo proprio ed aperto alle 5 Stelle è una ben debole e rischiosissima prospettiva. Debole, dal momento che l’essere arrivato primo si misura in poco più di centomila voti, ed ancor più debole in quanto proposta che parte da chi, agli occhi di tutti, è il grande sconfitto di queste elezioni, che non può cancellare questa realtà col cercare di aggrapparsi al premio di maggioranza alla Camera come ad una zattera di salvataggio.
E soprattutto, rischiosa per il Paese, in quanto sarebbe del tutto inutile un simulacro di governo che ottenga il gradimento dei grillini su alcuni provvedimenti a loro graditi, e che poi si trovi comunque impotente e paralizzato su tutto il resto, con l’unica prospettiva di dover tornare al voto in condizioni ancora peggiori di quelle di oggi.
La risposta di Grillo e Casaleggio fa capire come l’intenzione dei guru del movimento non sia quella di riformare la democrazia, ma piuttosto tenda a sostituire alla democrazia rappresentativa il modello rappresentato dal proprio movimento: appunto, una sorta di cyberdemocrazia atomizzata ed il cui disegno complessivo sia in mano, per vie oscure e non trasparenti, solo ai pochi eletti che ne controllano i canali web. E’ una nuova forma di controllo politico totalizzante, quella che ci si presenta: non si tratta dei totalitarismi ideologici cari al secolo passato, ma dell’utilizzo, reso possibile dalla tecnologia del web, di relazioni solo interne ed unicamente verticali e controllabili dal vertice, quando invece il presupposto del funzionamento di qualsiasi democrazia è quello dell’instaurarsi e del competere di relazioni orizzontali e non passanti unicamente per i chierici del sistema.
L’ipotesi lanciata da Berlusconi di un accordo PDL-PD, mentre contemporaneamente annuncia l’intenzione di difendersi dalla Magistratura non nei Tribunali, ma in piazza, non appare indirizzata ad altro che a mirare alla propria sopravvivenza (anche dal punto di vista giudiziario), per poi, in un prossimo futuro, e puntando sul presidenzialismo, giocare la carta del presentare la destra come unico possibile fattore di stabilizzazione.
Non a caso, Grillo sembra, nell’ultima sua dichiarazione, carezzare una possibilità di tal genere, che lo collocherebbe nella comoda posizione di antagonista unico.
In definitiva, e stando a quanto sinora è emerso circa le posizioni delle tre principali forze politiche rappresentate in Parlamento, non si vede alcuna strada utile a salvare la democrazia ed a dar credito e stabilità al Paese, con quali conseguenze sulla nostra società e sulla nostra economia è facile immaginare.
In questa situazione, non mi pare possibile altra strada che quella di ricorrere ad un governo di emergenza, affidato a figure di assolute qualità morali e di buona credibilità internazionale, esterne alle attuali formazioni politiche, che cerchi di promuovere l’intesa di tutti coloro che, sia pur criticamente, non vedono per l’Italia altra strada che quella europea, e che intendano riportare nel Parlamento il centro della vita politica del Paese, come d’altra parte indica ancora la nostra Costituzione, stravolta nel corso dei venti anni della seconda Repubblica.
Se nel nuovo Parlamento, pur composto in gran parte da chi vi è stato indicato proprio da quelle forze politiche che, avendo dominato la scena politica degli ultimi anni, hanno tutte le responsabilità dell’attuale situazione, e per la restante parte da chi vi è stato indicato dai nuovi guru, potrà manifestarsi un tale atto di lungimiranza politica, allora potrà avviarsi qualcosa di utile, a cominciare dalla nuova legge elettorale.
Gim Cassano (gim.cassano@tiscali.it) 02-03-2013


