lucydi Lucia Gemma

Avevo la calma, la dolcezza, la testardaggine di crederci nonostante il vuoto mi stesse inglobando, avevo gli innocenti occhi spietati di chi aveva amato sopra qualunque cosa e si era trovato a precipitare. Tu eri lì vivo, e mi guardavi, mi credevi debole, ma nella mia testa eri già morto. Tre volte.
Sylvia Plath

Era il 30 novembre 1955.
Scrissi tutta la notte.
Dieci lettere. Dieci suicidi preannunciati. Dieci sputi in faccia da quella stessa carta graffiata dalla mia disperazione.
Ti ho scelto forse? Niente affatto. Qualcuno molto più potente ci ha scelti e mi ci sto arrovellando il cervello a cercare di capire il perché.
Perché mai lo faccio.
No, prima spiega perché mi sei piombato addosso senza il mio permesso. Poi ancora dimmi come mai ti sei innamorato e di me. E più volte, più volte ti dico, parlami del tuo amore verso di me. E, se riesci, se sei così bravo a parafrasarmi l’esistenza come tuo solito, solo se sei in grado, dimmi un po’ perché mai l’hai fatto. Così non sarò io a dovermi strappare pensieri dal mio cervello sovrappeso.
Avanti.
Forse, avrei capito se fosse stata una donna uguale a me, avrei capito la tua disperazione nel cercarti un clone e nel realizzare soltanto dopo che la sua immagine non è altro che la mia. E dopo tutto questo? Dopo la sua bella faccia sfregiata da una vita bastarda e insensata? Cosa c’è sotto quella faccia? Cosa nasconde? Se fosse una puttana e volesse solo riempirsi la testa delle belle promesse di un uomo che non sa quello che fa andando con lei? Ci trovi qualche collegamento? No? Allora perché neppure io? Ha qualcosa di strano. E tu vai con lei per non dirmi che è finita. Proprio non ce la fai. E io riempio righe e righe di qualcosa che non è mai esistito.
Analizzare il dolore, metterlo a fuoco e buttarlo giù lentamente su una pagina bianca come fosse la lista della spesa. Faccio così. Una grande scrittrice una volta mi disse che se l’avessi fatto, se avessi pensato al mio amore distrutto come due etti di salame e una scatola di assorbenti da far aderire bene al foglio della lista non avrebbe fatto tanto male. Lei era pazza, sì. Scriveva del suo amore nelle tristissime liste della spesa. Capitava di leggere:
1 chilo di pane
Un pacco di cereali d’amore che tu non mi dai
Cinque fette di prosciutto crudo
E se ti dicessi che sto per morire? Torneresti?
Fazzoletti, fazzoletti, fazzoletti perché non la smetto più di piangere e sono ridicola come mezzo chilo di pomodorini molto rossi cadranno a terra quando mi toccherà sceglierli con cura come ho fatto con te
Un pacco di penne rigate e due di penne lisce così il sugo scenderà più facilmente lungo quei fianchi gialli e freddi
Sì, era pazza. Era follemente pazza. Parlava con gli oggetti, con le penne lisce che le erano più simpatiche delle rigate. Forse lei aveva trovato l’unico modo per metabolizzare il dolore. Ed è triste che ci riuscisse così. Ma tanto meglio, no? La invidiavo. Le mie liste della spesa facevano schifo. Continuavano a parlare di una bellissima puttana. E niente mi scivolava lungo i fianchi. Il mio dolore si fermava a metà pancia. E iniziavo ad avere contrazioni di nausea, vomitavo fuori tutta quell’acqua esausta di cadere giù.
E quando passavo davanti al nostro specchio, lui era implacabilmente spietato.
Io non ti voglio più.
Giuro che non ti voglio più.

Permesso, dieci, puttana, righe

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