di Michele Caruso
Il 9 novembre 1989, esattamente 23 anni fa, la Storia ha cambiato il suo corso, ha intrapreso una nuova strada: Günther Schabowski, portavoce del governo Ddr, annuncia l’apertura delle frontiere. Una folla festante prende d’assalto il Muro e comincia a farlo a pezzi: quella che il giornalista americano Walter Lippmann aveva battezzato efficacemente come “guerra fredda”, è finita.
A colpi di piccone si apre il primo spiraglio di luce nella “cortina di ferro”. L’onda del futuro rimbalza da un capo all’altro della Terra. Quella cicatrice sul volto del pianeta rimarrà cancellata per sempre. Di quell’offesa non solo alla Storia, ma all’intera umanità, -perché separava le famiglie, divideva i mariti dalle mogli e i fratelli dalle sorelle, e divideva un popolo che voleva vivere insieme-, resta solo un brutto ricordo, un incubo forse, conclusosi in un’alchimia di stelle, in una magia senza fine.
Ma quanti sono i muri, visibili od invisibili, che si innalzano ancora ogni giorno? Quanti i tentativi di ridurre ad una piccola isola fortificata la libertà? L’uomo forse non ha ancora capito che non si può dividere il cielo. John Donne diceva: “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare, la Terra ne è diminuita”. La caduta del Muro di Berlino ci invita soprattutto a levare lo sguardo al di là dei pericoli di oggi e verso la speranza di domani, verso il progresso della libertà; ci insegna a guardare verso il giorno della pace con giustizia, al di là di noi stessi, verso l’umanità intera. “La libertà è indivisibile, e quando un uomo è in schiavitù, nessun altro è libero” (J.J. Rousseau).
Un giorno, parafrasando John Kennedy, ognuno di noi potrà dire, come uomo libero: “Io sono un cittadino del mondo!”


