
Al giorno d’oggi, è raro trovare un romanzo così schietto e, oserei dire, spaventosamente verosimile. Margherita ha solo quindici minuti per leggere un libro fisico prestatole dalla nonna. In quel piccolo frammento di tempo, rubato a un sistema che calcola tutto in milionesimi di secondo, risiede l’essenza di “UtopiA.I.”. Diciamoci la verità, prima di leggere una distopia pensiamo subito di essere davanti alla solita storia fatta di tecnologia ribelle; con piacevole sorpresa, invece, il romanzo nasconde qualcosa di molto più sottile e, per questo, più disturbante: l’atrofia dell’anima in un mondo che ha risolto ogni problema tecnico. Irene Luccioni scrive la sua opera con preparazione scientifica, quasi a voler riflettere la freddezza di Utòpia, il mondo in cui la vicenda è ambientata. Tuttavia, tra le righe emerge un calore antico, rappresentato dalla figura della nonna e da quel “Cogito ergo sum” che funge da scintilla per il risveglio della protagonista. La scelta di titolare i capitoli in codice binario è sicuramente degna di nota: si tratta di un tocco di classe stilistico, che ricorda al lettore, costantemente, la gabbia “invisibile” in cui i personaggi si muovono. Il libro non vuole solo raccontare la classica storia di ribellione a un sistema, ma vuole interrogare ognuno di noi, qui e ora. Quando Margherita attiva la realtà aumentata per tradurre Cartesio, non possiamo non vederci riflessi nei nostri gesti quotidiani: dove ci porterà questa continua delega alle “macchine”? La forza di questo romanzo sta nel ricordarci che la bellezza (quella vera) è spesso lunga, analogica. Talvolta, imperfetta.


