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Il nuovo progetto della band P.A.O. si concepisce come una riflessione introspettiva e interpersonale che, cavalcando l’onda delle precedenti canzoni, è ricca di suggestioni filosofiche con richiami alla purezza di della vita e delle relazioni sociali.
 Antonio Pignatiello, docente di italiano e storia al liceo e cantautore della band, ci racconta le suggestioni che muovono l’anima di questa nuova musica, auspicando al ritorno a quella umanità che oggigiorno rischia di scomparire.

Oggi 27 marzo esce il vostro nuovo album Le radici e la luna. C’è un fil rouge che lega questo progetto a quello passato A cuore aperto?
“Sì, assolutamente. C’è un fil rouge molto forte. Nel primo album partivamo da un riferimento alla poesia di Umberto Saba, quindi dall’idea di tornare a fare le cose per il piacere di farle, con sincerità, solo quando si ha davvero qualcosa da dire. Era un modo per recuperare uno spirito che si respirava fino agli anni ’90, prima che emergesse sempre più l’“io” a discapito del “noi”.
Con questo nuovo lavoro abbiamo voluto proseguire su quella linea, ma facendo un passo ulteriore: raccontare e omaggiare alcune delle band che ci hanno formati, non solo musicalmente ma anche a livello di visione, estetica e idea di vita”.

Quindi è anche un disco-omaggio?
“Sì, ma non è un’operazione nostalgica. È piuttosto un modo per riconnetterci alle nostre radici. Abbiamo scelto alcuni brani significativi e abbiamo coinvolto artisti che hanno partecipato in maniera spontanea e gratuita, proprio perché condividevano lo spirito del progetto.
Ad esempio, abbiamo reinterpretato Militare dei Negrita prodotta e suonata con Cesare Mac Petricich, oppure Agosto dei Perturbazione con la partecipazione di Tommaso Cerasuolo, e ancora ‘E kose ka spakkano dei 24 Grana con Francesco Di Bella e Giuseppe Fontanella. È stato tutto molto naturale”.

La vostra musica è sempre molto evocativa. Il titolo Le radici e la luna è particolarmente suggestivo: qual è il suo significato?
“Le radici rappresentano la nostra provenienza, la nostra storia, anche in senso musicale. Non è nostalgia ma consapevolezza di ciò da cui veniamo.
La luna invece è una proiezione verso l’alto, verso il futuro, il cambiamento. È il guardare avanti senza dimenticare la propria storia. Quindi è proprio un equilibrio tra passato e trasformazione”.

Nel lavoro precedente parlavi dell’importanza delle “imperfezioni”. Anche in questo disco avete mantenuto questa filosofia?
“Assolutamente sì. Anche questo album è stato registrato in presa diretta, quindi suonando tutti insieme. Chitarra, voce, basso e batteria sono registrati in un’unica esecuzione.
Abbiamo lasciato anche piccoli errori o imperfezioni, perché fanno parte della verità del momento. Non volevamo un prodotto “di plastica”, costruito con il copia e incolla. Qui è tutto suonato, tutto reale. Ci sono anche parti che magari non mi convincono del tutto ma abbiamo volute mantenerle perché sono spontanee, autentiche.

Se Futuro matematico era una riflessione circa il digitale, come definiresti invece questo nuovo album?
“Le due cose sono collegate. Rimane l’idea di tornare a vivere il reale e non il virtuale. Anche questo disco è stato registrato in Toscana, immersi in un certo tipo di atmosfera, lontana dal rumore della città. Quindi sì, c’è ancora quella tensione verso qualcosa che ti porta a vivere i giorni, senza le lancette dell’orologio che ti rincorrono e ti dicono che ti devi sbrigare per fare questo o quello. Concediamoci un po’ di tempo per vivere e “lavorare con lentezza” come cantava il grande Enzo Del Re”.

C’è stato un momento preciso in cui è nata l’idea del disco?
“L’idea ha iniziato a prendere forma tra maggio e giugno dello scorso anno, poco dopo l’uscita del disco precedente. Ma un momento significativo è stato durante alcune date tra Salerno e Napoli: parlando con Gianfilippo è emersa questa visione, che poi abbiamo condiviso da subito con Filippo Gatti con cui abbiamo prodotto l’album, con Cesare (Petricich) che è stato fondamentale per aiutarci a mettere meglio a fuoco alcune idee sonore e con Giuseppe Fontanella e Marco Olivotto. Sono questi alcuni degli incontri importanti che ci sono stati durante le varie fasi di lavorazione dell’album: dalla nascita alla chiusura dell’album”.

C’è un brano che rappresenta meglio il cuore del progetto?
“È difficile dirlo, ma forse Simmetrie è quello che più racchiude lo spirito del disco, inteso come unione. Tuttavia in ogni canzone abbiamo cercato di metterci tutto quello che sentivamo in quel preciso momento”.

Questo nuovo progetto rappresenta un punto di arrivo o un nuovo inizio?
“Ogni album è sempre un inizio. Non si arriva mai davvero: ogni progetto è una tappa ma è anche l’inizio di qualcosa di nuovo. La fragilità e le emozioni rimangono elementi fondamentali. Non sono qualcosa da nascondere o superare, ma da accogliere. Fanno parte della verità che cerchiamo di raccontare”.

Parlando di “radici”: quali sono le tue principali influenze?
“A livello letterario, autori come Leopardi, Pavese, J. Fante, Calvino, Sepulveda. Musicalmente da Bruce Springsteen ai Doors, da Lou Reed a Tom Waits, da Neil Young ai Rolliing Stones, da Tracy Chapman a Battiato, De André, Paolo Conte. E poi naturalmente le band italiane presenti nel disco: Negrita, Marlene Kuntz, 24 Grana, C.S.I., per citarne alcuni. Continuo ad ascoltare anche tanta musica jazz, anche se i miei preferiti rimangono Chet Baker, John Coltrane e Charlie Parker”.

Se dovessi lasciare un messaggio o una riflessione agli ascoltatori, quale sarebbe?
“Mi verrebbe da chiedere: Quando abbiamo smesso di farci domande profonde su temi come la vita, la guerra, la pace?
Oggi spesso l’ascolto è superficiale e passivo. Invece dovrebbe essere attivo. È anche una questione culturale: bisogna ripartire dall’educazione, dalla scuola e dal valore della musica come strumento di riflessione”.

Avete concerti in programma?
“Sì, il 17 aprile suoneremo al Wishlist a Roma, per ricominciare e riprendere da dove tutto è iniziato. Stiamo poi organizzando altre date, quindi speriamo di portare presto la nostra musica un po’ ovunque.”