Nel libro di Antonello Lombari, un’inchiesta calcistica si trasforma in percorso esistenziale. Ambientato a Pietragalla, il romanzo esplora i legami familiari e il senso di appartenenza. Tra calcio, identità e sentimenti profondi, si snoda il racconto di un uomo che impara a lasciarsi attraversare dalle emozioni più vere.

Ciao, Antonello. Gianni Beltrami arriva a Pietragalla per lavoro, ma finisce per ritrovare parti di sé. Come è nato questo personaggio così diviso tra Roma e la provincia lucana?
In realtà è Beltrami a proporre a Zazzaroni, direttore del “Guerin Sportivo”, l’inchiesta che lo porterà a Pietragalla. Il nonno dell’inviato aveva giocato nella “Michelino De Bonis” Pietragalla, nel 1948-49. Mi serviva un gancio che, dal presente mi riportasse alla Pietragalla del secondo dopoguerra. E, poi, così come fa un sarto, ho imbastito addosso a Beltrami un abito su misura, inserendo tratti della mia personalità ed elementi relativi al modo di vivere la professione giornalistica.

Il rapporto con Carmela Pafundi è delicato e autentico. Che cosa rappresenta questa figura femminile nella crescita emotiva del protagonista?

Carmela è una figura centrale nel romanzo. Il suo potere su Gianni Beltrami è quasi taumaturgico. Il giornalista subisce il suo fascino e si lascia andare, mettendo da parte la maschera imposta dal ruolo e dalle circostanze. Nella confidenza, la bella locandiera riesce nell’intento di far emergere le priorità esistenziali dell’inviato. Al punto da provocare in lui un terremoto emotivo che lo porterà a prendere decisioni sorprendenti e radicali.

Nel romanzo il passato non è un vincolo, ma un varco. Per te, personalmente, quali sono i “lacci” che più spesso ci trattengono o ci proteggono?

I lacci che spesso ci frenano sono dei limiti dovuti alle convenzioni, ai tabù, all’abito convenzionale che indossiamo quando ricopriamo un incarico, assumiamo delle responsabilità. Sono i lacci legati ai ruoli e all’atteggiamento che sarebbe più conveniente avere. Diversa è l’accezione dei lacci, rispetto alla storia, alla tradizione. In questo caso, come in “Quei lacci sul cuore”, siamo chiamati a custodire gelosamente dei valori fondamentali, al fine di tramandarli perpetuandone l’essenza.


La comunità, intesa come luogo di cura, è centrale nella tua storia. Pensi che oggi esista ancora un senso di appartenenza così forte?

Oggi, purtroppo, il senso d’appartenenza è un valore in via d’estinzione. Il fine del mio romanzo e del film è contenuto nel messaggio, rivolto ai giovani, contenuto nel titolo stesso: “Quei lacci sul cuore”. L’attaccamento dei calciatori alla maglia è una metafora che riconduce, immediatamente, al legame con la propria comunità. Nel libro una popolazione, quella di Pietragalla, che stentava a ritrovare sé stessa, è ancora scossa dalla devastazione fisica e morale della seconda guerra mondiale. Grazie al calcio e alla “Michelino De Bonis” la comunità è riuscita a ritrovare la propria identità e a gioire tifando per i propri colori. Il segreto è nel far comprendere alle nuove generazioni la necessità di non disperdere il patrimonio di valori e di tesori morali tramandati da chi li ha preceduti.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterFacebookGoogle Plus

Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.