Con “Instabile”, Fabio Smitti firma un debutto che parla di equilibrio e disordine, di sogni e disincanto,
di quella danza quotidiana tra il bisogno di controllo e l’abbandono. L’album si fa spazio dentro le pieghe dell’animo umano con suoni moderni e un cantautorato lucido, capace di toccare corde universali. Un dialogo aperto con sé stessi e con chi, come lui, cerca ancora un modo autentico di stare al mondo. Ci avviciniamo in punta di piedi, attenti a non cadere nel falso imprimere concetti di pop dentro un’opera che spazia, che sfoggia aperture verso il futuro ma che tanto ruba dai solchi storici di un certo underground. Siamo a Berlino prima ancora che sulle strade italiane.
Io partirei da questa copertina interessante: sembri giocare con dualismi di se stessi, poco chiari, distorti… da comprendere… sbaglio?
Il dualismo c’è, un confronto tangibile tra quello che sono e quello che sono stato. Presente e passato. Un presente nitido e un passato che sfoca lentamente. L’album affronta molti temi legati a questo affiancamento, a questa rilettura della propria esistenza attraverso i filtri di un’età più matura.
E perché la corteccia di un albero? Come a dire: la natura che ci portiamo dietro è la verità delle cose?
L’albero, e l’elemento naturale in genere, è qualcosa che mi piace accostare a livello narrativo. Quest’albero in particolare è una bella rappresentazione del momento che vivo. Formato e radicato, concreto.
E il suono digitale come si collega (se ha senso chiedertelo) ad una copertina così? Come a dire: vedo la cover e non mi aspetto il suono che custodisce…
Si torna al dualismo, e al parallelo tra presente e passato di cui parlavo prima. Siamo natura immersa nei grattacieli, nei telefonini e nella tecnologia. Natura che continua, e continuerà sempre, accanto ad un’evoluzione pulsante.
A proposito di suono: alterni elementi elettronici e acustici, come se rappresentassero due poli della stessa persona. È un contrasto voluto o un riflesso spontaneo del tuo modo di vivere la musica?
Senza essere arrogante direi che è il mio stile, il modo in cui mi piace propormi. Non ho pregiudizi verso il nuovo, elettronico e digitale, e al tempo stesso ho ben radicata la sonorità acustica. C’è stata molta ricerca del suono, per la maggior parte dei brani. Non parlerei quindi di un contrasto, ma di una fusione continua tra le due cose.
E a proposito di origini e di natura: hai mai pensato di tornare all’essenzialità?
Sono i testi, e soprattutto il mio modo di cantare, a dirigersi verso l’essenzialità. Il mio approccio è proprio questo. La musica diventa lo sfondo gracchiante, il mondo in cui vivo, e il cantato rappresenta la mia soggettività. Penso alle basi, agli esempi artistici da cui sono influenzato, e l’essenzialità di Battiato è sempre in testa alla lista. Sotto un punto di vista sonoro, strumentale, sarebbe difficile ricreare il paesaggio che ho in mente senza elettronica, senza quegli strumenti alternativi.
Penso ad uno dei primi video che abbiamo conosciuto di te: “Luna”. Ricordo che, dal punto di vista estetico, ho sempre avuto l’impressione che la vita potesse ambire ad altri modi e mondi possibili. Questo disco un poco ci pensa o ci prova? Oppure si arrende alla condizione che viviamo?
Mai arrendersi. Se penso allo spazio mi viene in mente il nostro cervello, l’immaginazione e il viaggio interiore. In questo disco c’è molta esplorazione di sé stessi, molta condivisione. Sono sicuro che quello che ho scritto, a livello emotivo, riguarda molti di noi. Non credo che sia importante essere ambiziosi, piuttosto bisogna cercare di cogliere l’universo che ignoriamo, che diamo per scontato. Accogliere l’instabilità e viverla senza cercare a tutti i costi di frenarla.


