Nel suo nuovo libro, Daniele Civinini trasforma la nostalgia in racconto. «Abbracciami, Roma» è un viaggio tra le prime connessioni digitali e le emozioni autentiche di una generazione che sognava la capitale come simbolo di libertà. Un romanzo sincero, delicato e profondamente umano.

Nel libro Roma diventa uno spazio quasi mitologico, dove realtà e sogno si fondono. Cosa rappresenta per te questa città?
La risposta classica che do sempre a questa domanda è che se venissi sottoposto a un’ecografia al cuore, si vedrebbe che la sua forma è quella del Colosseo. Sono completamente affascinato da quella città; ogni piccolo dettaglio per me è un qualcosa di indescrivibile.
Ricordo che quando decisi di cessare la mia attività da dj – e per inciso decisi di fare l’ultima serata a Roma – ero ospite di un mio carissimo amico, nonché testimone di nozze e personaggio del libro. A un certo punto mi disse: “dobbiamo andare in Abruzzo perché ho comprato una nuova console”. Un po’ perplesso salii in auto e partimmo da Tor Bella Monaca (dove abita). Ricordo che a uno svincolo, il mio sguardo cadde su un terreno adibito a magazzino a cielo aperto di un’impresa edilizia. Non vidi degrado, ma vidi bellezza. Sono completamente sordo e cieco ai problemi della città. Questo è dato sicuramente dal fatto che non viva lì, tuttavia non credo che farebbe molta differenza. Un’altra volta, nel lontano 2004, andai da un amico con il quale non ci sentiamo più. Scesi dalla metro, guardai il cielo terso e, commuovendomi gli dissi: questa è Roma.
Roma è e sarà per sempre un posto incredibile. Vi ho ambientato già due libri in toto e la parte finale del libro che uscirà a breve, L’Ultimo Turno di Notte dove il protagonista, innamorato della città, fissa nella sua testa ogni piccolo particolare che può, sapendo che non avrebbe più vista.
Ovviamente, so che il mio è un amore romantico e idealizzato, ma va bene così.
Dempsey è un personaggio diviso tra paura e speranza. In che modo hai lavorato sul suo conflitto interiore?
Proprio come ho detto, le identità dei ragazzi e delle ragazze in chat era nuova, strutturata da capo per farsi nuovi amici e mostrarsi diversi da ciò che erano nella realtà di tutti i giorni. Ciò, non voleva dire che fosse falsa, ma che stavano cercando di crearsi una “nuova vita”. Dentro Dempsey, esattamente come in ogni altro protagonista, si alternavano, duellando, più parti del suo animo: voler essere accettato, amato, riconosciuto come “bella persone” e facente parte, in senso positivo, del branco che in questo caso era una nuova casa, una nuova famiglia e la paura di fare passi falsi, di fallire, di comportarsi da sciocco e di commettere nuovamente gli stessi errori che commetteva fuori dalla chat quando era solamente Michele. E gli errori, non erano ammessi, almeno nella sua testa.
Il romanzo parla di relazioni nate online. Pensi che oggi il mondo digitale offra ancora quella stessa autenticità?
Sicuramente sì, ma creata in maniera completamente diversa, più celere. Prima era un lento scoprirsi e conoscersi. A parte alcuni rari e fortunati casi, la maggior parte delle persone non era dotata né di adsl né di isdn. Mandare una foto da 200k era già una piccola impresa. E non era nemmeno detto che si avessero fotocamere digitali, che per inciso stavano entrando nel mercato e nelle nostre vite proprio in quegli anni. Si doveva ricorrere nella stragrande maggioranza dei casi alle classiche foto scattate e sviluppate e poi scannerizzate dall’amico che aveva appunto uno scanner da tavolo. Ci scambiavamo numeri di telefono e iniziavano i messaggi o gli squilli per palesare la nostra presenza e far sapere all’altra persona che la si stava pensando. E poi, si parlava per ore e ore in chat appena era possibile, con tutte le incomprensioni che un testo, senza voce né mimica facciale poteva comportare. Adesso, adesso è tutto più veloce. Basta far scorrere un dito in una direzione per selezionare o meno una persona che ci interessa, basandosi unicamente sull’aspetto fisico senza però conoscere i contenuti. E non è detto che questi contenuti e queste conoscenze diventino poi più profondi. Ma questo, capitava anche prima…
Qual è stata la parte più difficile da scrivere e quale quella che ti ha emozionato di più?
Non esiste di preciso una parte più emozionante, perché mi ha preso sempre tutto, dall’inizio alla fine. Non è insolito che ci ripensi spesso, nonostante le due decadi passate da quell’evento, tanto mi è caro. Questo accade probabilmente e unicamente per via del mio sguardo romantico verso il passato. Tuttavia, se dovessi sceglierne un paio, le più significative sono i capitoli del Love&Death Script e l’ultimo capitolo con le sensazioni che lascia.
La parte più difficile è stata invece ricordare per filo e per segno I fatti, gli avvenimenti e i volti con i rispettivi nickname, da cambiare poi puntualmente.
Il tuo stile è molto autentico e diretto. Come sei arrivato a questa voce narrativa?
Mi piace scrivere in maniera semplice e diretta per arrivare alle persone. Non ho bisogno di usare parole grandi per pavoneggiarmi mostrando una cultura che magari nemmeno posseggo. Voglio essere chiaro, vero, genuino. Poi, a onor del vero, io debbo tutto a un’unica grande e immensa persona che chiamo il Maestro, senza la quale io non sarei stato uno musicista, un cantante e soprattutto, uno scrittore.


