Nel suo nuovo romanzo, Emilia Testa scava nel cuore degli anni di piombo raccontando la formazione di tre giovani tra ideali, fragilità e sogni. “Stavamo solo imparando la vita” è un viaggio intenso tra politica, amore e identità, che restituisce voce e dignità a chi spesso ne è stato privato.

Come è nato il desiderio di raccontare una storia ambientata in un periodo così complesso come quello tra il 1975 e il 1980?
Forse per il desiderio di capirci un po’ di più, di quegli anni. Il periodo compreso tra il 1975 e il 1980 ha delineato il culmine e la fine della lotta armata, almeno nella sua evoluzione più conclamata . Un periodo che è stato antologizzato e studiato da tanti, per cui non potevo aggiungere niente di nuovo, e allora ho cercato di “vederlo” e descriverlo attraverso l’esperienza di tre adolescenti di quel tempo, attraverso il loro impegno politico e sociale che si declina in vari modi, diversi tra loro, a volte opposti. Ma dove prevale la resistenza a ogni forma di ingiustizia. Mi piaceva l’idea che il loro urlo di libertà potesse essere rivolto anche ai giovani di oggi.
Qual è stato il passaggio emotivamente più difficile da scrivere nel romanzo «Stavamo solo imparando la vita»?
Senz’altro raccontare la storia di Nicola, un personaggio fatto di grande bellezza e fragilità. Scrivere di lui è stato difficile, perché Nicola è un ragazzo non amato dal mondo, dalla sua stessa famiglia, un ragazzo diverso dagli altri, che soffre per la violenza di gesti e parole che violano il suo essere più profondo. Così diviene freccia e bersaglio di uno stato di malessere profondo, che cerca di camuffare, ma fino a quando si può camuffare la sofferenza che ci annienta giorno per giorno? Me lo sono chiesta mentre scrivevo il libro, perché il malessere interiore può coglierti a qualsiasi età. Ma se sei giovanissimo e subisci le angherie di chi ti vede un alieno solo perché esci dagli schemi di una società che ci vorrebbe tutti omologati, cominci a subire il disagio della tua stessa natura, solo perché vessato dagli altri, allora finisce che non riesci più a fare pace col mondo. Fino a un punto di non ritorno.
Che ruolo ha giocato la memoria personale o familiare nella costruzione della trama?
Mentre scrivevo ho aperto il piccolo tesoretto dei ricordi, fatto di memorie di famiglia, di ricordi lontani, di esperienze e suggestioni di amici che quegli anni li avevano vissuti da adulti, rispetto a me che ero poco più che una bambina. Mi hanno spiegato che erano anni sospesi tra morte e rinascita, dove ogni idea era pronta ad evolversi, a trasformarsi, in una sete perenne di rinnovamento, ma che poi tutto è declinato verso la decomposizione. Troppa carne al fuoco finiva per bruciare anche le metamorfosi dei corpi, il rapporto con il sé. Come avviene ad alcuni personaggi del libro.
In che modo le figure delle due nonne contribuiscono a delineare l’identità della protagonista?
Le nonne del libro somigliano tanto alle mie nonne, anche loro si battevano perché la politica diventasse un modo per ridefinire le identità e la libertà delle persone. Soprattutto dei proletari, a cui venivano chiesti doveri diversi, rispetto alla borghesia. Un riscatto che, per le nonne del libro, e forse anche per le mie, poteva avvenire solo grazie al partito comunista, specialmente attraverso la figura del suo capo storico, Enrico Berlinguer.
Cosa vorresti che il lettore provasse alla fine della lettura del libro?
Se è un lettore con qualche anno sulle spalle vorrei che ritrovasse la memoria di cose lasciate, di momenti in cui tutti e tutte credevano a una reale trasformazione della società, momenti di lotta e coraggio. Dopo, con l’edonismo reaganiano e con il berlusconismo, certi valori sono venuti meno, trasformati in scheletri seppelliti, e la politica è diventata merce di scambio, una cosa di cui parlare seduti comodamente su molli divani.
Cosa ti aspetti dal futuro della tua carriera letteraria, ci sono altri progetti già in cantiere?
Forse l’opportunità di poter parlare alle persone più giovani, aprire un varco di comprensione proprio con loro, gli adolescenti. Da quando scrivo ho molti giovani che mi seguono, e spesso sono ragazze e ragazzi che vivono male la propria omosessualità, il proprio essere diversi, in un’età che è fatta di omologazione col gruppo degli amici, diversi rispetto all’educazione impartita in famiglia, diversi rispetto alla retorica della società, alla sua disumanizzazione. Tutti concetti antitetici alla libertà e alla bellezza della diversità, che è un pregio, non un difetto.
Ho messo mano da poco a qualche pagina nuova, parole a caso, che però lasciano la possibilità di poter innestare su di esse nuove storie. Non intendo abbandonare l’unica cosa al mondo che mi provoca il sorriso, la scrittura.



