Il cantautore torinese riflette su creatività, contesto sociale e ispirazione. In “La sirena” prende forma una scrittura che non cerca mai scorciatoie: ogni parola è figlia dell’urgenza di dire, raccontare, condividere. Un’intervista che si muove tra poesia urbana e radici acustiche.

In che modo la tua formazione e il tuo vissuto personale entrano nei tuoi testi?

Praticamente sempre: scrivo molti testi che parlano indirettamente anche del mio vissuto, e mi capita di frequente invece di spaziare su temi e soggetti di fantasia: storie che solitamente vivono tra i capoversi del testo e parlano potenzialmente di qualsiasi cosa. Credo che in ogni caso siano interconnessi: si può elaborare qualcosa solo se, anche marginalmente o in maniera indiretta, si è avuta occasione di sperimentarla.

Nel panorama musicale attuale, dove tutto sembra già detto, come riesci a trovare una voce originale e autentica?

Non ci penso: credo che la creatività sia un concetto affascinante, perché si alimenta di quanto abbiamo assorbito, di quanto ci ha fatto scattare qualcosa, aldilà del gusto personale. Mi rifaccio sempre ad altre storie, ad altre canzoni, altri testi, altri aforismi, altri frammenti di vita creativa di altra gente quando compongo e quando provo a creare qualcosa di mio. La potenza vera della creatività umana sta nel rendere quelle ispirazioni un nuovo amalgama, con una nuova identità, e da questo tirare fuori la propria unica voce.

Hai parlato di un nodo alla gola nei giorni prima del ritorno in città: la musica è stata una via di liberazione?

Non solo, è anche una chiave di interpretazione delle cose, o uno strumento potentissimo per ascoltarsi e mettere in prospettiva determinate sensazioni. Tante volte negli anni ho usato la musica come vero e proprio strumento di terapia, e in questo caso si è trattato dello stesso percorso: la musica mi ha aiutato a incanalare qualcosa che stavo provando, ha rimestato nella parte conscia e subconscia di me e mi ha dato il là per dare espressione e consistenza alla malinconia che stavo provando.

Quanto ti influenza il contesto sociale attuale nella scrittura e nella produzione delle tue canzoni?

Non ho idea se per contesto sociale qui si intenda la prospettiva in piccolo del mondo che mi circonda o lo scenario di più ampio respiro della società in cui sono immerso, ma credo che la risposta non cambi: sono sempre stato curioso di derubricare i comportamenti della gente, di far emergere le idiosincrasie e le contraddizioni di quello che solitamente facciamo nella routine giornaliera. La Sirena è proprio questo: una valutazione disincantata del “silenzio che mi porto dentro”, del “silenzio dei colori”, del “grigio mare” in cui ci troviamo a navigare, che sono metafore dei processi sociali che alienano la parte più vitale e istintiva di noi stessi in un mondo che mette la produzione sfrenata e la spersonalizzazione al primo posto. E così è per buona parte dei miei testi, partono sempre da qualcosa che ho visto, o sperimentato nel mondo reale.

Cosa rappresenta per te pubblicare un brano in autonomia e che tipo di libertà ti dà questo?

Premessa: ho sempre storto il naso all’idea che l’attività creativa potesse essere imbrigliata in un flusso produttivo con scadenze e paletti. Succede in tutti gli ambiti, ed è un compromesso tra i capricci dell’ispirazione e la consistenza della produttività. Non miro a farmi un nome come autore a tempo pieno, perciò posso saltare questo passaggio e scrivere ed esprimermi per il pieno gusto di dare sfogo alle mie idee e di seguire la mia identità narrativa, un concetto che spesso a cui spesso, tristemente, gli autori sotto etichetta devono rinunciare. E lo scenario moderno, con gli strumenti digitali, mi da piena autonomia in questo senso.

C’è una canzone che consideri un tuo faro musicale o spirituale quando componi?

Ne potrei citare milioni, anche in relazione alla mia evoluzione in materia di gusti musicali, e sono in difficoltà con la scelta! Per provare ad essere incisivo però provo a citare “Aren’t we all running?” Dei 65daysofstatic per significati più generici, e “Dear Fellow Traveler” di Sea Wolf per la maestria nel tessere ambientazioni folk dell’autore, ma potrei andare avanti all’infinito con pezzi che sono diventati pietre miliari della mia vita.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.