C’è un punto in cui il rigore della matematica incontra la vertigine del dubbio, dove l’ingegnere cede la parola al filosofo, e il simbolo si sfalda di fronte al mistero. È lì che nasce “Delos Adelos”, il nuovo saggio di Pier Paolo Conti, frutto di una lunga meditazione tra numeri e significati, tra geometria e mito, tra il desiderio di sapere e il riconoscimento dei limiti del conoscere. Una chiacchierata interessante per provare ad entrare nel cuore di un’opera che ha il coraggio di interrogarsi su ciò che spesso la scienza ignora: l’invisibile. Parleremo di antichi greci e algoritmi moderni, di Pitagora e intelligenza artificiale, di certezza e ambiguità, di come il caso non sia un errore da correggere, ma forse la nostra unica via per comprendere l’universo.

Hai scelto di intrecciare filosofia, matematica e mitologia greca. Che ruolo ha il mito in un’epoca come la nostra, dominata dalla tecnica e dall’intelligenza artificiale?
Attraverso la narrazione mitologica ho esplorato le connessioni tra la chiarezza e la conoscenza (Delos), e l’incertezza e il mistero (Adelos), riflettendo l’approccio razionale e analitico che ha caratterizzato la tradizione greca e quindi occidentale sin dall’antichità.
Pur riconoscendo il valore delle tradizioni filosofiche orientali, come l’Advaita Vedanta, che cercano di superare la dualità e abbracciare l’unità assoluta, la prospettiva da me adottata sottolinea una visione differente. In contrasto con la negazione della distinzione tra il Sé e il mondo esterno, qui si celebra la tensione tra gli opposti, tra Delos e Adelos, come una condizione fondamentale dell’esperienza umana. La filosofia occidentale si fonda sulla ricerca di significato all’interno del mondo tangibile, abbracciando la molteplicità e la complessità della realtà senza negarne la struttura dualistica.
L’influenza del pensiero greco, con il suo focus sull’analisi critica e la comprensione del mondo attraverso la ragione, si presenta come un faro di equilibrio e saggezza che guida il percorso verso una conoscenza più completa e strutturata. In questo senso, l’approccio occidentale riafferma l’importanza di un pensiero che integra l’incertezza senza rinunciare alla logica e alla ragione, celebrando la pluralità delle forze che modellano la nostra esistenza.
In un’epoca dominata dalla Tecnica, il mito non è un orpello del passato, ma uno strumento potentissimo per comprendere ciò che ci sta accadendo, anche e soprattutto nel rapporto con l’Intelligenza Artificiale.
L’IA è solo l’ultimo strumento apparso sulla scena della Tecnica. A noi spetta conoscerla, penetrarne la logica e comprenderne i limiti. Solo così possiamo renderla una nostra alleata, senza timore ma con consapevolezza. Siamo come viandanti nel mondo moderno, e oggi ci troviamo a camminare accanto a nuove intelligenze, non umane, che ragionano e prendono decisioni con noi.
Dovremmo aver più timore non dell’IA in sé, ma di chi ne fa uso senza comprenderla, o peggio, di chi intende sfruttarla per rafforzare il proprio potere. Il mito ci insegna a riconoscere gli dèi, ma anche gli inganni: è proprio grazie a questo sguardo antico che possiamo orientarci nel nuovo.
Il tuo libro propone un ponte tra pensiero greco classico e strumenti moderni come gli embedding semantici. Credi che la filosofia possa davvero dialogare con le frontiere dell’AI e offrire strumenti di comprensione?
Mi permetto una battuta: tra il pensiero classico e gli embeddings semantici ci sono i gradienti, e i gradienti, in fondo, non sono altro che applicazioni raffinate del teorema di Pitagora, che nella mia opera assume un significato profondo proprio per la sua capacità di non propagare l’Adelos, cioè l’incertezza. È curioso come una costruzione antichissima, che poggia sul rigore geometrico greco, oggi sia alla base degli algoritmi che regolano l’intelligenza artificiale.
Ma ciò che trovo ancora più affascinante è proprio il concetto di embedding. Un embedding è, in fondo, una rappresentazione simbolica: un modo per tradurre oggetti complessi, come parole, immagini, concetti, in uno spazio numerico che ne conserva le relazioni profonde. In termini filosofici, potremmo dire che un embedding è una forma di Delos, una simbolizzazione ordinata e sistematica del mondo. Ma dentro di sé, come ogni astrazione, porta anche un margine di Adelos: una variabilità, un’incertezza, perché nessuna rappresentazione è mai definitiva. Ma proprio questo margine di Adelos è ciò che permette alla rete neurale di non irrigidirsi, di restare flessibile, di apprendere e adattarsi. È nell’Adelos che si annida la possibilità del cambiamento, dell’evoluzione del modello, della scoperta di nuove strutture latenti. Senza questa componente di incertezza, l’AI sarebbe un sistema chiuso, incapace di generare. È dunque l’Adelos a dare respiro al pensiero artificiale, come lo dà a quello umano.
Ecco allora che filosofia e la Tecnica non sono così lontane: entrambe cercano di afferrare il mondo attraverso modelli. Entrambe si confrontano con il limite della rappresentazione. Se vogliamo davvero comprendere ciò che stiamo costruendo e soprattutto, ciò che ci sta trasformando, dobbiamo mettere in gioco tutte le nostre risorse: la matematica, la filosofia, e le grandi intuizioni del passato. Solo così potremo usare l’AI non come un simulacro di intelligenza, ma come uno specchio capace di riflettere anche le zone d’ombra della nostra.
Nel tuo percorso, l’incontro con filosofi come Galimberti, Heidegger e Nietzsche ha avuto un ruolo di rottura e ricostruzione. Quanto è importante oggi rileggere questi autori alla luce delle sfide contemporanee?
Questi giganti del pensiero hanno rappresentato per me un punto di rottura. Hanno infranto la bolla concettuale in cui vivevo, costringendomi a rimettere in discussione le mie certezze. Solo attraverso questa revisione personale e questo continuo mettersi in discussione è possibile avvicinarsi a una comprensione più profonda della realtà.
Oggi, più che mai, è fondamentale rileggere questi autori alla luce delle sfide contemporanee. La tecnica ci fornisce strumenti potentissimi e affina la nostra capacità di intervenire sul mondo; ma rischia di ridurre la nostra visione a una forma di miopia mentale, in cui si perdono di vista le grandi domande e il senso d’insieme.
Il filosofo, al contrario, tende a mantenere lo sguardo sull’insieme, ma può perdere il contatto con il dettaglio, con ciò che è operativo e concreto. La chiave, allora, sta nel trovare una distanza focale intermedia: non rinunciare né alla profondità tecnica né alla profondità esistenziale. È un equilibrio difficile, ma essenziale e raggiungerlo richiede impegno, dedizione e, soprattutto, il coraggio di camminare su entrambi i sentieri.
Hai parlato della ciclicità della conoscenza e della possibilità che, come nell’ellenismo, anche oggi stiamo rischiando una perdita irreversibile. Quale responsabilità senti nei confronti della trasmissione del sapere?
Sento una responsabilità profonda, quasi gravosa, nella trasmissione del sapere, proprio perché conosco la fragilità storica della conoscenza umana. Come ha mostrato Lucio Russo nei suoi studi, nel passaggio dall’ellenismo al periodo romano si è consumata una catastrofe culturale: una perdita di competenze, di metodo scientifico, che ha reso invisibili per secoli i vertici raggiunti dalla scienza antica.
Questo ci insegna che la conoscenza non è lineare, né tanto meno garantita. Progredisce solo se qualcuno se ne prende cura. È ciclica, sì, ma la sua rinascita non è mai scontata. Oggi, in un’epoca dominata dalla tecnica e da un’accelerazione vertiginosa del sapere, rischiamo di perdere proprio ciò che più conta: la consapevolezza del metodo, del contesto e del valore culturale della conoscenza.
Siamo entrati nell’epoca della Funzione, uscendo da quella della Deduzione. Un passaggio che ci ha fatto guadagnare efficienza, ma rischia di impoverire la profondità.
Ecco perché sento la responsabilità non solo di trasmettere contenuti, ma di trasmettere un atteggiamento: la curiosità disciplinata, il dubbio costruttivo, la capacità di tenere insieme precisione e visione d’insieme. Se non lo facciamo, rischiamo un’altra perdita irreversibile e stavolta, sarebbe ancora più colpevole, perché abbiamo gli strumenti per evitarla.
Odifreddi: incontro rivoluzionario o un momento di conferma di quel che avevi dentro?
L’incontro con Odifreddi è stato per me un momento importante, non tanto di rottura quanto di riattivazione.
Mi ha dato il coraggio di riprendere il cammino del viandante che sono sempre stato e di completare riflessioni che erano rimaste in sospeso. In particolare, gli aspetti matematici che stavo esplorando, non ero certo che fossero davvero delle novità, ma l’incontro mi ha spinto a riconsiderarli.


