di Luca Marrone
Roma. Era stato condannato a meno di due anni per concorso in rapina. Al di sotto dei tre anni, sarebbe stato possibile chiedere una pena alternativa alla detenzione.
Avrebbe comunque finito di scontare la pena a luglio. Gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato impiccato con un lenzuolo nella sua cella nel carcere di Rebibbia. Era un giovane di origine bengalese, l’ottantaduesima vittima di suicidio in carcere dall’inizio dell’anno.
Prima di lui, a Napoli, si era tolto la vita un uomo della stessa età, divenuto da poco padre di due gemelli. Tra i suicidi registrati quest’anno, anche un ottantatreenne – il più anziano a essersi tolto la vita – nove ragazzi tra i 18 e i 25 anni e 5 donne, un numero elevatissimo, considera l’Ansa, rapportato alla popolazione detenuta femminile (circa duemila unità). Altri 5 suicidi si contano tra gli agenti di polizia penitenziaria, segnalano i sindacati.
Mai si sono registrati numeri così alti, nemmeno nel 2012, quando vi erano 11mila detenuti in più, le carceri erano drammaticamente sovrappopolate e la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante inflitto appunto ai detenuti.
Un numero tanto consistente costituisce la “spia di un sistema penitenziario che richiede profondi cambiamenti”, considera Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sollecitando il Parlamento ad affrontare la questione carceraria, “al fine di umanizzare e modernizzare le condizioni di detenzione: è una necessità che riguarda anche lo staff degli istituti di pena. Maggiore è la gratificazione sociale del personale migliore sarà anche il clima dentro le carceri.” “Non ci sono state risposte da parte della classe politica e dirigente”, conclude.
Nei giorni scorsi, papa Francesco ha invocato un provvedimento di clemenza in vista del Natale. “La soluzione”, sostiene il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari (Lega), “non può essere un’amnistia, serve un cambio di prospettiva.” “Le pene”, afferma, “devono essere sempre eseguite, ma non possono consistere in trattamenti contrari alla dignità e al senso di umanità.”