Il 13 settembre viene ricordata la Giornata mondiale per la lotta alla sepsi in tutto il mondo, per accrescere la consapevolezza pubblica, in merito a una delle principali cause di morte e disabilità per milioni di persone ogni anno.

La sepsi è un’emergenza medica che riguarda un’ infezione nel corpo capace di danneggiare i tessuti e gli organi. Essa può degenerare tragicamente, fino ad arrivare a shock e morte, soprattutto se non riconosciuta e trattata al momento opportuno.
Nel mondo si verificano ogni anno circa 47-50 milioni di casi, l’80% dei quali avvengono al di fuori di un ospedale. Il 40% dei casi di sepsi sono bambini di età inferiore ai 5 anni.
La sepsi danneggia tutto il corpo e i sopravvissuti possono riprendersi completamente oppure riportare fisiche e psicologiche conseguenze destinate a persistere a vita, confluendo nella sindrome post-sepsi o sintomi post-sepsi.
Un ruolo fondamentale viene svolto dalla disponibilità di risorse sanitarie e la relativa attenzione prestata alla sepsi, le cui diseguaglianze in vari paesi del mondo minano gli sforzi per migliorare la prevenzione.
In occasione della Giornata mondiale per la lotta alla sepsi o World Sepsis Day, che si celebra il 13 settembre, la Società Italiana di Neonatologia invita a tenere alta l’attenzione su questa problematica, che è tra le principali cause di morte neonatale.
La sepsi rimane ancora oggi una patologia con una mortalità e morbosità non significativamente modificate negli ultimi anni.
“I neonati prematuri – afferma Luigi Orfeo, Presidente SIN – sono particolarmente a rischio di contrarre infezioni, per la necessità di procedure diagnostico-terapeutiche invasive e di una prolungata degenza ospedaliera. Per prevenire l’insorgenza delle sepsi ospedaliere, è necessario diffondere pratiche cliniche efficaci ed uniformare procedure e precauzioni di prevenzione nelle neonatologie italiane. Un’altro problema, grave e purtroppo attuale, è, poi, la sempre più frequente presenza di patogeni resistenti agli antibiotici che aggravano l’outcome, con tassi di sequele e mortalità significativamente più elevati”, conclude Orfeo.