Di Beatrice Lo Bue
Invisibilità. Il desiderio nascosto o manifesto di molti. ‘Ah se fossi invisibile’, chi non lo ha pensato almeno una volta nella vita…E se l’invisibilità non fosse un vantaggio? Se fosse una condanna, o semplicemente, l’esito naturale e impietoso dell’indifferenza? Vite trasparenti, voci inascoltate, diritti, bisogni concreti e dignità ignorati e calpestati da biechi interessi. Invisibili, davvero. Ancora una volta, ci pensano I Guitti di Sutri ad alzare i toni di quelle voci, le trasformano in grido risoluto con il loro ultimo lavoro ‘La Banda Degli Invisibili’, tratto dall’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei, sapientemente rielaborato e diretto da Raffaele Ceccarelli.
Angelo (Raffaele Ceccarelli), Osvaldo (Maurizio Rotella), Ettore (Luca Ceccarelli) e Filippo (Lorenzo Bombardi) sono pensionati ultrasettantenni e lucidamente risentiti, costretti a sopravvivere di pensioni che altro non sono se non una beffa sociale; poi c’è il postino Guido (Cristiano Casini), condannato a vivere nel miraggio di un meritato riposo, di un riconoscimento verso cui tende continuamente la mano, senza poterlo sfiorare, non ancora. Dimenticati da un mondo ben impacchettato ma corrotto, i nostri eroi di ieri e martiri di oggi passano le giornate a suon di piccoli ma significativi dispetti, ideati non tanto per passare il tempo, ma per denunciare le quotidiane ingiustizie cui la vita li sottopone, o punire l’altrui maleducazione e comportamenti irrispettosi. Si ritrovano ogni giorno in quella piazza, insieme a Lauretta (Giulia Citti), al bar di Fernanda (Arianna Chiavacci). E’ il loro ‘foro’ personale, il cuore ancora pulsante della vita pubblica e privata, il posto in cui si mettono in tavola, insieme alle carte della ‘scopetta’, i problemi, i dubbi, le invettive, nella speranza che, insieme a conti difficili da sostenere, arrivi, in un continuo esercizio di consapevolezza esistenziale, anche qualche soluzione.
Con le andature stanche e lente, avviati sul sentiero di un crescente risentimento, ripercorrono indignati la storia di un’Italia che non si capisce come sia passata dalla gloria della Liberazione al circo del Drive-in. La carrellata delle iniquità, lunga e triste, si compone di auto blu su corsie preferenziali, privilegi non meritati, file interminabili, sanità insana, Equitalia. Ancora, ingannevoli gite ricreative per vendere scintillanti batterie di pentole in acciaio inox, truffe telefoniche travestite da affari del secolo, collette sempre insufficienti anche solo per un supplì, pizze ogni tre mesi mentre ‘un tizio con i capelli tinti prende per il culo dalla tv’.
Ci si ritrova così, come il povero Osvaldo, ormai aduso ai ‘dispositivi igienici di contenimento’,a trattare con l’Altissimo in una compravendita di fioretti e offerte in candele (quelle da 45 centesimi, di più non si può…Chi si prende la responsabilità di confondere la povertà con la tirchieria) in cambio di una vita dignitosa. Nemmeno i comunisti sono quelli di una volta: ai segretari del partito, come Bruno ( Domenico Ciucci) non rimangono che la ‘r moscia’ e cortei per il popolo birmano con sputafuoco e giocolieri. E i giovani? Non c’è posto nemmeno per loro, ce lo dice la nipote di Filippo, Manu(Valeria Marchetti), costretta ad andarsene a Boston per poter abbracciare un futuro sensato. Eh si, il riconoscimento del merito esige l’abbandono di radici e affetti, come se la speranza dovesse necessariamente parlare un’altra lingua e avere un’altra bandiera, un’altra porta di ingresso, diversa da quella di casa propria.
Questo è il tempo e il regno dell’umiliazione, che asfissia e sottomette i portatori di ideali morti, in uno ‘schifo di mondo’ da cui non resta che congedarsi e‘togliere il disturbo’. Ma i 4 ex-combattenti, ancora arditi nell’animo se non nelle membra, non ci stanno. Il nemico, sebbene protetto dalla tv, è ben riconoscibile, e va punito. L’idea diventa missione, crociata: bisogna rapire la fonte della grande mistificazione, bisogna rapire Silvio Berlusconi. Il piano è chiaro: rapimento, confessione, redenzione, salvezza. Certo, deve essere architettato nei minimi particolari. Allestita la ‘palestra dell’ardimento’, si avvia ‘l’Operazione nebbia’: Ettore, Filippo, Osvaldo, Giudo, Angelo, Lauretta e Fernanda i militanti. Mappe topografiche (del 1925) alla mano, posizioni d’attacco stabilite, il caso sembra simpatizzare per gli ardenti vecchietti, offrendo loro la dorata occasione di un comizio in piazza del Premier, annunciato dalla devota Signora Maritati (Francesca Canosa). E se è vero che ‘chi di spada ferisce di spada perisce’, l’invisibilità si tramuta da svantaggio in vantaggio, da condanna diventa…Arma.
Apertura, spintone, ingresso, blocco sportelli: Silvio Berlusconi viene rapito e costretto ad una confessione davanti alla ‘cineripresa’. Nemmeno il capo-scorta (Giovanni Battista Caccia), preso a farsi qualche selfie, potrà fermare la malconcia banda di invisibili. E il piano fuga? Dimenticato. Quattro mesi con la condizionale, questo il bilancio dell’eroica impresa durata qualche km e distrattamente annunciata dalla radio. Gli invisibili sono e rimangono tali anche agli occhi della giustizia in aula.
Nel teatro de I Guitti c’è tutto: comicità dirompente e amara, amori incoffessati e senza età, valori, dedizione, passione, potenza semantica, spettacolo e, soprattutto, esempio. C’è la voce, quand’anche semplice, dell’indignazione, quella mossa da giustizia e umanità. C’è il diritto della vittima nei confronti del proprio carnefice. Con loro si gusta un sapore che oggigiorno in troppi non ricordano, e ancora di più non conoscono: quello di una comunità ri-unita, ricucita, che ride insieme, che riflette in platea e continua a casa.
Nel teatro de I Guitti ci si ri-conosce sempre, si apprende un messaggio che ha la voce della verità: la libertà di cui noi tutti oggi godiamo e disponiamo, anche per imbrogliare e vessare, ci è stata fornita da loro: da quel nutrito esercito di invisibili, facenti parte di una generazione ‘tosta’ che, seppur contentente schegge di granate negli arti e nell’anima, non va fatta ‘incazzare’.
Ancora una prova magistrale de I Guitti di Sutri, patrimonio assoluto dell’Antichissima Città e padroni, come sempre, del palco e di una comunicazione sinestetica e stratificata. Nella comunità che ogni volta creano e ricreano, dove il tempo prepotente si sospende e attende, i sorrisi sinceri di alcuni, tra il pubblico, valgono tanto, veramente tanto…E le riflessioni di tutti, ancora di più.
Raffaele Ceccarelli (Angelo)
Luca Ceccarelli (Ettore)
Lorenzo Bombardi (Filippo)
Maurizio Rotella (Osvaldo)
Cristiano Casini (Guido)
Arianna Chiavacci (Fernanda)
Giulia Citti (Lauretta)
Valeria Marchetti (Manu, Matilde)
Francesca Canosa (Sig.ra Maritati)
Domenico Ciucci (Bruno)
Fabio Citti (Carabiniere)
Giovanni Battista Caccia (capo guardie del corpo)
Walter Urbani (ragazzo al bar)
Alessandro Ceccarelli (nipotino di Fernanda)
Davide Bomarsi (bambino al bar)
Jacopo Ciucci (bambino al bar)
Scenografia: Chiara Capriglione, Giovanni Tonetti
Effetti sonori: Mirko Caccia
Video: Simone Calcagni
Audio: Salvatore Anselmi
Trucco: Olena Markivska
Luci: Luca Mancinelli
Regia e testo: Raffaele Ceccarelli
Staff: Cinzia Fabrizi, Ermana Coralli, Francesca Pontuale, Patrizia Caterini, Fabio Citti, Giovanni Battista Caccia.