I messaggi Whatsapp e gli sms ricevuti sul cellulare sono da considerarsi come prova documentale ai sensi dell’articolo 234 del codice di procedura penale, secondo quanto recentemente precisato dalla sentenza della Cassazione Civile n. 1822 del 16 gennaio scorso.
Secondo la Suprema Corte i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono – sms, messaggi WhatsApp e messaggi di posta elettronica scaricati e conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare – hanno natura di documenti ai sensi dell’articolo 234 del codice di procedura penale. La relativa attività acquisitiva non soggiace né alle regole stabilite per la corrispondenza, né tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche.
Tali messaggi non rientrano dunque né nel concetto di corrispondenza, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito, né in quello di intercettazione, che postula la captazione di un flusso di comunicazioni in corso. Nel caso di specie ci si limita infatti ad acquisire un documento già conservato nella memoria del telefono.

EMANUELA MARIA MARITATO