Quando una nave affonda è bene abbandonarla. A meno che si parli del capitano o di chi a quella nave è legato per motivi che giustificano un tale sacrificio. Nessuno sognerebbe, nemmeno nel più grottesco dei racconti, di bestemmiare Poseidone o qualche secca per l’affondamento, ma tutti cercherebbero di risolvere il problema, di salvare il salvabile e poi, una volta scampato il disastro, inizierebbero a pensare a come scovare (e punire) eventuali responsabili.
Esattamente ciò che non sta accadendo a Roma. Sinonimo di un’Italia devastata, Roma sta reagendo in vario modo alle dimissioni di Ignazio Marino: taluni sono scesi in piazza per sostenere l’ormai ex-sindaco, altri hanno ingrossato le fila dei “Marino dimettiti!” o “Stiamo meglio senza te!” urlati al megafono, dai balconi, per le strade.
Il dubbio che mi si è insinuato dentro è “Siamo sicuri?”. Siamo proprio sicuri che sia Marino il capro da sacrificare sull’altare della giustizia? Siamo sicuri che tutte le colpe siano da attribuire a un sol uomo, quasi a voler ripulire con un colpo di spugna un’intera città composta da amministratori, politici, rappresentanti, uomini che di malaffare spesso vivono a scapito della popolazione?
Siamo sopravvissuti a vent’anni o poco meno di berlusconismo spietato, avendo nella veste dei “buoni” gli antiberlusconiani (di destra come di sinistra) che però non hanno mai fornito una vera e propria alternativa. Da buoni si sono trasformati in “ignavi”.
Che Marino abbia sbagliato tanto e come sindaco sia inopportuno, questo è un dato di fatto. Ma in questa Roma, così come in questa Italia, sembra quasi che ci si preoccupi più di una bottiglia di vino lasciando intonsi problemi ben più rilevanti. Stiamo attenti, perché rischiamo di diventare allodole davanti ad un giornale-specchio.
E che Marino sia la causa del malaffare romano è una semplificazione puerile che non può reggere, come a dire che eliminando un ramo è possibile sanare un bosco.

