di Elena Sparacino
«Perché i rifugiati nel tuo Paese non dovrebbero avere la possibilità di vivere in appartamenti condivisi (o altre normali condizioni di alloggio) invece che accomodazioni di massa?»
La domanda che si sono fatti Mareike Geiling e Jonas Kakoschke, una giovane coppia tedesca di fidanzati, ha un che di infantile nella maniera ovvia e disarmante in cui si pone. Eppure, sin dal novembre 2014, con una certa lungimiranza ha sollevato quello che oggi è considerato un tema “caldo” della scena sociopolitica mondiale, con focus nella civilizzatissima Europa. Quelli che terminologicamente si continua a etichettare come protagonisti della “più grande ondata migratoria degli ultimi decenni” sono infatti ormai a tutti gli effetti da considerare piuttosto “rifugiati” di guerra. Proprio questa condizione di allarme ha indotto Mereike e Jonas (28 e 31 anni) a considerare l’emergenza umanitaria che si prospettava loro dinanzi e utilizzare le risorse del web e dell’innovazione a fin di bene: oggi, quella semplice domanda compare nella home page del loro sito Refugees Welcome, che si propone di dare un tetto a queste persone attraverso la solidarietà di chi – anche senza mettersi a disposizione in prima persona – voglia contribuire a un atto di umanità.
«Molti richiedenti asilo – spiegava Jonas attraverso NPR (National Public Radio, un’organizzazione indipendente no profit) – devono rimanere per anni… senza fare nulla, perché non hanno il permesso di fare nulla. Non hanno il permesso di lavorare, non hanno neppure il permesso di prendere lezioni di tedesco a volte, e a volte neppure si tratta di una città, ma di un villaggio, e non c’è nulla da fare e così dopo anni si finisce in depressione e altre cose simili». Trovandosi in profondo disaccordo con la politica tedesca nei riguardi dei richiedenti asilo, la coppia ha scelto di aprire le porte del suo appartamento di Berlino per la prima volta a un uomo malese in condizione di necessità, e lo hanno accolto come parte della famiglia. In contemporanea, hanno dato vita a una piccola piattaforma web: attraverso il servizio, non solo rifugiati (o chi per loro) e potenziali ospitanti riescono a entrare in contatto, ma anche a sopperire alle spese. Come nella più consueta delle convivenze, difatti, i costi della vita domestica vengono equamente ripartiti; è proprio qui che entra in ballo l’importanza della rete. Per essere solidali, infatti, non bisogna necessariamente mettere a disposizione la propria casa: dal momento che l’affitto è idealmente a carico del rifugiato, il sistema si basa su micro donazioni da parte degli utenti, che servono a coprire le utenze dell’ospite. Per il resto, in un terzo dei casi gli affitti sono coperti dai Centri per l’Impiego e dallo Stato.
Per quanto concerne gli alloggi, i fondatori hanno definito alcune preferibili linee guida: niente divani, solo camere da letto, giacché «riteniamo che il rifugiato debba vivere nelle stesse condizioni del resto dei coinquilini. Per questa ragione accetteremo solo sistemazioni che possano offrire al rifugiato la sua propria stanza». Vi è inoltre una clausola che favorisce periodi di tempo prolungati, a partire da un minimo di tre mesi di convivenza, accortezza volta a garantire al rifugiato di uscire da quel frustrante stato di incertezza, e la possibilità di iniziare a pianificare. Mentre invece non ci sono limiti sulla natura dei contribuenti volontari: al progetto non solo stanno partecipando attivamente persone di tutte le età (dai 21 ai 65), ma il network annovera da coppie sposate a studenti, da falegnami a consulenti PR, non vi è discriminante. A Francoforte, per esempio, una madre single sta offrendo una stanza privata a un giovane siriano. E se non si va d’accordo? L’associazione funge eventualmente da mediatore in casi estremi, ma i fondatori raccomandano con serenità di abbandonare i pregiudizi e cercare il compromesso, esattamente come si farebbe con un qualsiasi coinquilino pagante (del resto, l’ospite non grava economicamente sulla casa, occupando un posto che grazie a questo sistema gli spetta di diritto). Stando al comunicato stampa ufficiale del 27 aprile, risultavano essere oltre 780 le persone ad aver offerto la propria disponibilità alla locazione dei rifugiati, e 26 i collocamenti andati a buon fine La maggior parte dei rifugiati sistemati attraverso la piattaforma arriva da: Afghanistan, Algeria, Bangladesh, Burkina Faso, Cameroon, Gambia, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Iraq, Iran, Pakistan, Russia, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Syria e Tunisia. Alcuni vivono in Germania ormai da un po’, altri sono arrivati appena pochi mesi fa.
Come riporta il L.A. Times, il governo tedesco prospetta per quest’anno un numero record di richieste di asilo, che si aggira attorno alle 800mila totali. Refugees Welcome sembra la risposta giusta alle annose e complicate pratiche di collocamento, che si alternano a una bufera di preoccupanti scenari di allarmismo che spaziano da incendi di natura oscura in sede dei centri di accoglienza (come quello avvenuto a Nauen) a proposte risolutive surreali (la cittadina di Schwerte, a ovest della Germania, è arrivata a proporre di ovviare al sovraffollamento sistemando 21 rifugiati nelle baracche di un vecchio campo di concentramento nazista). È ormai assodato che l’Europa si trova a fronteggiare la più grave crisi di questo genere dopo la Seconda Guerra Mondiale, e pare essere giunto il tempo del ricorso storico. Come ci si aspetta dunque che i cittadini si approccino al compromesso tra moralità e ragion di Stato? Il servizio stesso non assicura la “legalità” di tutti i rifugiati. È proprio così che i fondatori cercano di scardinare, con la logica dell’umanità, ridefinendo quella che loro amano nominare «una nuova cultura dell’accoglienza». Del resto, il crescente successo del sito, dopo la nuova base austriaca a partire dal gennaio 2015, sta servendo d’ispirazione come schema anche in altri Paesi dell’Unione, grazie anche e soprattutto all’ingente numero di comunicati stampa e notizie che rimbalzano questa realtà in tutta Europa, ricevendo numerosi consensi e adesioni. Secondo un portavoce del sito, pare che i responsabili abbiano ricevuto proposte di collaborazione anche da Grecia, Portogallo, e Regno Unito (Scozia) tra gli altri, ma anche da realtà politiche più “estranee” al fenomeno come Australia e Stati Uniti.
L’intento più grande di Refugees Welcome è, tuttavia, quello di sensibilizzare le persone per creare un vero sentimento di condivisione e compassione. Lo fanno, ad esempio, raccontando storie che lanciano un chiaro messaggio: non parliamo di numeri vacui, ma di persone. Una di queste storie è quella di Azad Issa dall’Iraq e Johann Schmidt, coinquilini in un appartamento di Costanza dalla fine di gennaio 2015. Johann si registrò alla piattaforma a novembre 2014 e appena alcune settimane più tardi Azad si trasferì nel suo appartamento. Un’esperienza di arricchimento prima di tutto, come la definisce Johann, che di mestiere fa l’educatore: ciò che lo affascina è «il modo in cui Azad mi racconta del suo Paese d’origine volta dopo volta e riesce a spiegarmi esaustivamente il contesto della sua condizione attuale con termini semplici ma comunque con una certa passione. Il risultato è che da lui ho imparato un bel po’ di cose ed è veramente piacevole ascoltarlo».
Per partecipare attivamente al dialogo, o anche solo saperne di più e lasciarsi ispirare, l’esplosiva iniziativa può essere seguita anche attraverso i social network, alla pagina facebook di Refugees Welcome o su twitter attraverso l’hashtag della campagna #refugeeswelcome, che specie in queste ultime settimane sta muovendo il dibattito (con ripercussioni e mobilitazioni nella vita reale) in tutto il mondo.





