(foto: www.cultor.org)

di Elena Sparacino

Quella consumatasi nell’ultima settimana ha tutti i connotati aristotelici dell’antica tragedia greca. Non mancano le unità: di tempo (una settimana), di luogo (l’Europa), di azione (#Grexit). Il protagonista ha un nome, Alexis Tsipras. È premier di una civiltà sull’orlo del declino, che sceglie di non piegare il capo in virtù di un’azione titanica: risollevare le sorti del Paese senza accondiscendere a imposizioni d’oppressione. In questa prova è coadiuvato dal fido aiutante, il suo Ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. Uniti, scelgono di battersi per la salvezza dell’Ellade, trascurando però la fthonos ton theòn, l’invidia degli dèi. Qualcosa va storto. Nella drammaturgia classica, l’eroe attraversa un momento cruciale verso la fase conclusiva del suo atto: Tì drào (Cosa faccio?), si domanda posto di fronte al suo ostacolo maggiore. Tendenzialmente, per non perdere pathos, la scelta si rivela essere quella sbagliata, con un conseguente parapiglia. Si sa che alla fine a placare il càos e riconciliare gli animi ci sarà il provvidenziale arrivo di un deus ex machina. Che però, in questo èxodos, sembra aver scordato la sua entrata in scena.

Qui il protagonista si è perduto in balìa delle sue stesse Fatiche. Il valore catartico di questa tragedia ricade sull’intera Europa: quei dissidenti che forse pensavano di poter sovvertire l’ordine, il còsmos, ora hanno espiato le loro macabre aspettative e attraverso l’esempio del fàrmacos greco – il capro espiatorio – hanno imparato cosa succede a chi pecca di hybris – la tracotanza.

Alle 8.40, al termine del vertice più lungo nella storia dell’Unione Europea (ben diciassette ore), il premier belga Charles Michel ha dato l’annuncio su Twitter con una sola parola: Agreement, accordo. Un nuovo programma di aiuti di Esm (Meccanismo europeo di stabilità) e Fmi (Fondo monetario europeo) – 86 miliardiverrà stanziato nei prossimi tre anni, in cambio di un nuovo fondo in cui far confluire beni per un valore di 52 miliardi, destinati alla privatizzazione e alla ricapitalizzare le banche greche (con la clausola che il fondo sarà istituito ad Atene, non nel Lussemburgo come richiesto dalla Germania, per non togliere liquidità alla Grecia). Le condizioni imposte dai 19 leader dell’eurozona prevedono tagli alla spesa pubblica, aumento dell’Iva e della pressione fiscale, una riforma del codice di procedura civile e del sistema pensionistico, nonché la creazione di un’agenzia indipendente per la riscossione delle tasse e la lotta all’evasione fiscale. Il parlamento di Atene ha tempo fino a mercoledì 15 luglio per approvare le riforme, «prima che noi possiamo sottoporre la cosa ai nostri parlamenti», ha spiegato la cancelliera tedesca Angela Merkel. Solo dopo si potrà cominciare a discutere del nuovo referendum, sebbene i mercati sembrino già aver accolto favorevolmente l’accordo, con un immediato aumento delle borse europee: 0,69 a Milano, 0,76 a Londra, 1,30 a Madrid, 1,31 a Francoforte e addirittura 2,05 a Parigi.

Quanto all’eroe, si rifugia nella retorica dell’apologia: «Abbiamo combattuto una dura battaglia. Ci troviamo di fronte a decisioni difficili». Recita la sua rhèsis dopo il raggiungimento dell’accordo sulla crisi greca a Bruxelles, promettendo un onere delle riforme «diviso in modo equo. […] Non sono quelli che hanno pagato negli anni precedenti che continueranno a pagare questa volta. Pagheranno la loro parte quelli che in passato erano riusciti a evitarlo». Ma, come ha sostenuto il ministro tedesco Wolfgang Schäuble, “la moneta più preziosa è la fiducia e Tsipras se l’è giocata”. La gestione del referendum, le promesse vane, non da ultimo il caso Varoufakis: ormai è tardi. I sicofanti di cui già è circondato domandano per la sua testa. Non si sa se quella di Tsipras che – nel corso del summit – si toglie la giacca porgendola in segno di provocazione alla Troika sia una leggenda, ma il Bild già prospetta un Governo di unità nazionale ora, e successive elezioni in autunno. Sotto i riflettori vi è un homo novus, il giornalista televisivo d’inchiesta Stavros Theodorakis: fondatore di To Potami, ha candidato nel suo partito intellettuali, storici e giornalisti alla prima esperienza politica. Si tratta di un gruppo contrario ai partiti politici tradizionali, ma mosso – a differenza di altri – da un fervente europeismo. Oltretutto, Theodorakis può contare sul sostegno di molte famiglie influenti, come i potentissimi e controversi Bobolas (cui è rimasto legato dopo la collaborazione con Mega Channel, prima stazione televisiva privata in Grecia ad avere la licenza per operare), posizione che lo rende peraltro particolarmente caro agli oligarchi ellenici.

Nel mentre, attorno all’hashtag #ThisIsACoup, nato in denuncia del “colpo di Stato” dei creditori, gli stasimi si sprecano. Susseguendosi tra un episodio e l’altro della scena, si espongono coreuti da ogni fazione: teutonici (Der Spiegel annovera i duri contenuti dell’accordo come un “catalogo delle crudeltà”), iberici (El Pais online paventa la conseguente “minaccia di aprire una crisi politica in Grecia”), ma anche d’oltreoceano. Attraverso il New York Times, il Nobel per l’Economia Paul Krugman parla di «omicidio del progetto europeo», inneggiando – pur senza schierarsi con Tsipras – a “richieste folli” e a una vendicatività fine a se stessa, sostenendo l’inferenza di un colpo mortale all’intera architettura dell’Unione. Senza mezzi termini, Panagiotis Lafazaris – ministro dell’Energia e leader dell’ala radicale di Syriza, il partito del premier – lo ha definito «un accordo umiliante». Specie se si considera la notizia, data dal quotidiano economico francese La Tribune, di un presunto debito (1,45 miliardi di euro) condonato proprio in questi giorni all’Austria da parte della Germania.

Del resto, anche l’Eurozona giurava che non avrebbe più dato nulla alla Grecia, mentre si vocifera di una possibile “ristrutturazione del debito”, sebbene per ora «non vi sia bisogno di un piano B». Tuttavia, è innegabile l’ingiustizia che rappresenterebbe una simile prospettiva per gli altri membri – Italia in primis – a fronte delle misure di austerity già imposte loro in passato (a buon fine), e senza ignorare le conseguenze greche del Cattivo Governo. Quel che è giusto è giusto, e il condono non può che essere una soluzione che non soddisfa nessuno, specie se una tantum. La questione greca era più che altro una fiammella di equilibrio. Celato dietro a to oxì, si sperava che vincesse il lògos. Il discorso e la logica di un’Europa diversa non nella composizione, ma negli equilibri. La soluzione di un buon braccio di ferro avrebbe significato non la disattenzione del risarcimento ellenico, quanto piuttosto la dimostrazione di un’Unione capace di mettersi in discussione ed evolvere se stessa, contro gli strapoteri. Era l’occasione d’oro di un’Europa in grado di zittire i separatismi o le retrocessioni, in grado di riaffermare con cognizione di causa il proprio patto e rafforzare decisioni come l’Euro, sulla base di una solidarietà non buonista né imposta ma sincera, e innovatrice. L’Europa non come paradigma, ma come noumeno: un ideale comune di scambio e progresso, in cui ogni singolo Stato è in grado di mantenere con orgoglio la propria identità seppur nel rispetto degli altri, e delle regole comuni. Nelle Storie, Erodoto riporta un aneddoto in cui Demarato confida a Serse il segreto della forza di Sparta: essi sottostanno al nòmos, la legge, e vivono la loro eroica virtù solo nel rispetto di quella, e ciò li rende più uniti che mai.

Abbiamo bisogno di eroi. E il tòpos ricorrente di un Davide che abbatte Golia è ciò che ci consente di avere fiducia nel futuro. Abbiamo sbagliato a fare della questione greca una battaglia di ordine personale, tanto emotiva che politica. Abbiamo calato le esigenze di altri nei nostri panni, finendo per non vedere che non c’era alcuna volontà di uscire dall’Europa da parte della Grecia, e che tanto il “sì” quanto il “no” univano il popolo greco in un amore per la propria terra. A porte chiuse, se l’Eurozona avesse voluto giocarsi Tsipras avrebbe fatto meglio a riporre l’orgoglio: una soluzione politica win-win, trovando un accordo pacifico con l’ormai appoggiatissimo premier greco che pure si era dichiarato possibilista, e che mai aveva contemplato un’uscita dall’Unione. Il pericolo “grexit” è stato gridato da qualche buontempone e abusato a vessillo da chi dalla politica di ampio respiro tende a restare fuori. Si è ritirata fuori con superficialità l’accezione di “culla di democrazia”, ma a rubare le parole di bocca all’incompreso Alexis sono stati – impropriamente – i più grandi demagoghi d’Europa; in un mare di qualunquismo, sembra che a centrare il bersaglio sulla natura di simili agoni vuoti fosse già arrivato l’antico commediografo Aristofane ne Le Vespe. Ora il tempo dei giochi è scaduto, e non vi è più alcuna Poetica. L’agorà si è trasformato in un areopago, che chiede conto del sangue versato.

Forse, più che Ateniesi, si sarebbe dovuti essere un po’ Spartani. Si vuole fare dei singoli degli idiòtes. Che poi, in greco, vuol dire “privato cittadino”.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterLinkedInGoogle Plus

Di Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.