di Elena Sparacino
Il trailer del film, così efferato e spirituale al tempo stesso, condotto da quella Take Me to Church di Hozier che nulla poi c’entra con il lungometraggio di David Ayer, risulta in realtà incredibilmente calzante. «Portami in chiesa», invoca la canzone, in un disperato atto d’esprimere devozione e redenzione dinanzi al suo feticcio: una donna col suo totalizzante amore, nel caso del cantautore irlandese. Un carro armato come metonimia della guerra, per gli uomini di Ayer.
“Fury” è il nome di battaglia di uno Sherman M4A3E8. Siamo nell’aprile 1945: gli Alleati avanzano in profondità nella Germania nazista. Il carro ospita un equipaggio di veterani: il cannoniere Boyd, profondamente cristiano e perciò soprannominato “Bibbia” (Shia LaBoeuf), il pilota messicano Trini “Gordo” Garcia (Michael Peña) e il rude caricatore Grady “Coon-Ass” Travis (Jon Bernthal, su cui sembra ormai cucito un abito controverso come il suo Shaine in The Walking Dead). A condurli c’è il loro “Wardaddy”, una specie di amorevole pappone per soldati, il “Bastardo” per eccellenza: Brad Pitt – dimostrando un rinnovato odio per l’ideologia nazista e una gradevole propensione per gli switch linguistici) è il sergente carrista Don Collier, della 2ª Divisione corazzata. Unito da oltre tre anni di servizio nell’esercito con aspri combattimenti nel deserto africano e in Normandia, il gruppo si è saldato in un cameratismo suggellato da un affetto quasi fraterno, agevolato dai modi duri ma consapevoli del loro capitano. A rompere l’equilibrio irrompe però la morte di un quinto compagno, che apre la scena del film; sul Fury viene assegnato in sostituzione la giovane recluta Norman Ellison (Logan Lerman, il giovane Percy Jackson che è già passato per le mani di Schumacher, Columbus e Aronofsky), arruolato solo da otto settimane come dattilografo e perciò rimasto sempre nelle retrovie.
Un animo immacolato, ancora inviolato dalle pesanti incombenze e dagli strazi di un uomo che impara a guardare alla guerra: al primo incontro con Collier e gli altri carristi, Norman è trattato con sufficienza, ironia e aggressività. La sua incapacità a combattere lo rende un inutile, la sua paura un inetto, la sua compassione umana una pedina inutile nella scacchiera contro il nemico. Ma, come previsto dall’Epitaffio di Pericle, nella guerra di oggi come in quella narrata da Tucidide le parole si perdono e mutano fino a soverchiare il loro significato. Da questo contrasto di verginità e dolore nasce un rapporto paterno nel tentativo di educare il ragazzo alla cruda realtà della guerra, anche con metodi poco ortodossi: costretto ad ammazzare contro la sua volontà, il battesimo di sangue di Norman ne esce come un atto di violazione, oltre che di violenza, quanto pure l’effimera sensazione dell’amore, soffiato via dalle bombe cancellando il senso di ogni espressione di umana benevolenza. In scena scorre la drammatica trasformazione di un uomo costretto alla scelta di perdere se stesso o la sua umanità.
Il testo di Hozier è una metafora con richiami religiosi che parla di ipocrisia, amore e sesso. «Ho trovato l’esperienza di innamorarsi o essere innamorati simile ad una morte, la morte di tutto. – spiegava – Ti riconosci mentre muori in un modo meraviglioso, e sperimenti per un momento brevissimo, se ti guardi per un momento attraverso i loro occhi, che tutto ciò che pensavi di te se ne va». Lo ha definito “un senso di morte e resurrezione”, lo stesso che pervade le fragili vite vibranti dei soldati del Fury. Il suo regista e sceneggiatore, ex marine, ha esperienza diretta della materia, e trascende volutamente dalla materialità del conflitto per esplorare piuttosto le multiformi affezioni dell’unità protagonista. Tra rabbia e voluttà, il rapporto con la guerra si eleva a vero e proprio sentimento, amato perché unico, amato per sopravviverne all’imposizione. La dose di adrenalina lo rende Vita, «il mestiere più bello del mondo». Ma questa non è una novità, lo diceva anche De Gregori «che la guerra è bella anche se fa male». Che cosa fa questo di loro: dei disperati, degli eroi o dei folli, davanti all’ineluttabilità degli eventi? Parafrasando un verso del poeta Fulke Greville, Hozier dice: «Sono nato malato; ordinami di stare bene». Senza la guerra, i singoli soldati non sanno più cosa essere: diventa una necessità, una missione, lo scopo motorio, che dà una risposta al bisogno familiare del senso d’appartenenza, con rari guizzi di cedimento a emozioni “mortali” come risentimento, paura, gelosia, affetto.
Ma il vero protagonista dell’azione è lo Sherman, Fury: la guerra nella sua dimensione industriale. Una macchina di uomini che solitamente non superavano le sei settimane di ciclo di vita. Ma l’impianto del film sovverte le regole del raziocinio: «Quella è casa tua» è una sentenza che sancisce la relazione uomo-macchina stessa. La scena si articola in relazione agli interni ed esterni del carro, in una dialettica continua che non perde mai di vista il nesso tra azione e reazione. In questo grande caos dalle regole incerte, Fury è un microcosmo a sé che porta in grembo prospettive diverse degli individui, interrogandosi continuamente sulla guerra dal punto di vista umano. Lo spettatore altro non può fare che concentrarsi sul dramma dei carristi, imprigionato anch’egli nel loro carro: una sensazione di solitudine e di isolamento che porta commossi ed esausti fino ai titoli di coda. Così pure è vissuta la minaccia, dallo scontro – a un crocevia strategico della Ruhr – con un mastodontico Panzer VI Tiger I mimetizzato, fino all’attesa del battaglione di Waffen-SS; dalla poltrona del cinema percepiamo la mina terrestre, quella che fa saltare il cingolo, come una ferita personale. Fury ci mostra passo per passo come può cambiare un uomo, eppure Fury è anche porto franco da cui assistiamo alle uniche manifestazioni di compassione dell’intera messa in scena.
Girato in Regno Unito, tra Londra, Bovingdon e la contea dell’Oxfordshire (set delle scene di guerra), Fury ha richiesto un budget di circa 80 milioni di dollari; secondo quanto riportato da Ansa, solo nel primo fine settimana di uscita in Italia l’incasso ha sfiorato il milione. Nessun danno dunque causato dalle questioni legate alla produzione: prevista per il 29 gennaio 2015, è stato distribuito dalla Lucky Red Distribuzione solo il 3 giugno a causa del fallimento della designata Moviemax. Una puntata sicura su un colossal che segue la scia del soldato Ryan, affrontando temi storici dal respiro epico attraverso lo storytelling delle piccole imprese, macrocosmo di microcosmi empatici. La tagline del film («La guerra crea gli eroi, la storia li trasforma in leggende») lascerebbe dunque a intendere una delle solite americanate banali dalla prospettiva emozionale e il contenuto ridondante. Ma la pellicola, quotata dal database cinematografico Rotten Tomatoes al 77%, non sembra cadere nel tranello; sebbene la sua crudezza possa essere facilmente confusa con una forma di glorificazione della guerra, con tanto di “violenza gratuita” e inganno di anti-eroi, Fury sembra essersi conquistato a diritto il destino di diventare un classico dei war-movie. Un’incalzante narrativa bellica in celluloide ne completa l’estetica visiva intensa, seppur con qualche scivolone retorico. Uno scenario consumato e agli sgoccioli, cui fanno da portata principale stavolta non dei Bastardi senza gloria, ma dei Generali: «dietro la collina», assorbiti dalla «notte crucca e assassina». Una notte che sembra non avere mai fine, dal crepuscolo incipiente ma di cui difficilmente si arriveranno a vedere le calde luci dell’alba.


