di Elena Sparacino

Quote rosa sempre più sotto i riflettori, a Hollywood. Parallelamente alla proclamazione dei vincitori della 87ª edizione degli Academy Awards, è di scena il tradizionale ed eccitato tam tam di pubblico e rete per ricordare gli abiti più belli dei red carpet, le collaborazioni più prestigiose tra statuette e atelier, e – soprattutto – le comparazioni più intuitive tra le dive di ieri e quelle di oggi, alla ricerca delle eredi delle principesse della celluloide della Golden Age.

Se ci aggiungiamo poi la statuetta dell’italiana Milena Canonero (nostra unica rappresentanza in gara), non possiamo certo chiudere un occhio né sul risvolto femminista di questi Academies, né sulla giusta attenzione da riservare all’attività sartoriale dentro e fuori gli studios; alla sua nona nomination, Canonero ha vinto il suo quarto Oscar (dopo Barry Lindon, Momenti di gloria, Marie Antoinette) per il premiatissimo Grand Budapest Hotel. Per l’occasione, la costumista ha fantasticato su precisissime uniformi anni Trenta, ma stemperate – o meglio, accese – da colori atipici come rosso, viola, malva. Per il resto, le scene vedono un trionfo di tweed, mentre per l’abito giallo di Tilda Swinton all’inizio del film ha lei stessa ammesso di essersi ispirata ai dipinti di Klimt, senza mettere freno alla propria fantasia: «Con Wes ci si diverte molto – ha commentato – Molti pensano chCanonero-Oscar-Vestuario-Budapest-Hollywood_LPRIMA20150223_0126_24e sia ossessionato dal controllo. Non è così. Anche perché lui ti lascia enorme libertà di creare».

Così, la signora si è fatta rispettosamente spazio in un mondo che – come altri ambiti lavorativi più comuni – lascia ampio spazio alle discriminazioni di genere. È stato questo infatti un topos ricorrente dell’edizione, incarnato dall’acclamatissimo coup d’état del discorso d’accettazione di Patricia Arquette, eletta Miglior Attrice non Protagonista per l’interpretazione materna in Boyhood. Dopo aver ringraziato una gran varietà di persone, Arquette ha scelto però di dedicare con orgoglio la sua statuetta «a ogni donna che ha partorito ogni cittadino e pagatore di tasse di questa nazione, abbiamo combattuto per l’uguaglianza dei diritti di tutti. È il nostro momento di guadagnare davvero quest’uguaglianza una volta per tutte, e parità di diritti per le donne negli Stati Uniti d’America». Un discorso di palese allusione alle paghe a Hollywood, e che ha particolarmente scatenato sul momento l’ammirazione di Meryl Streep e Jennifer Lopez.

Per quanto un tempo il mestiere dell’attore fosse “roba da uomini” (e anche in epoche più vicine alla nostra ancora le donne faticassero ad affermarsi per la loro effettiva bravura più che per l’avvenenza), le performance femminili sono oramai sempre più apprezzate e ricordate per la loro intensità e fermezza. Ci ha poi pensato Jay Law, alla memorabile consegna della statuetta 2013 per la sua interpretazione in Il lato positivo – Silver Linings Playbook, a sdoganare in via definitiva – con capitombolo autoironico e una non capita citazione de Il club delle prime mogli – l’immagine della diva/statuina dalla posa impeccabile. Quest’anno, questa rivoluzione concettuale era supportata anche via social grazie all’hashtag #AskKerMore, che invitava pubblico e soprattutto giornalisti a interessarsi al lavoro delle colleghe attrici donne come a più che a un semplice fenomeno di costume. Ad esempio proprio Streep quest’anno, con la sua diciannovesima nomination, si è conquistata un titolo di regina indiscussa degli Academies – grazie alla sua spettacolare capacità di trasformarsi e rimettersi in gioco sorprendendo con ruoli continuamente nuovi nonostante l’età. Risultato meritevolmente annoverabile tra altri record “in rosa” come i 4 Oscar di Katharine Hepburn e la vittoria proprio della giovanissima Lawrence alla tenera età di 22 anni. Per non parlare di alcune interpretazioni passate alla storia, personaggi resi intramontabili come – per citarne solo alcuni – la Rossella O’Hara di Vivien Leigh, la principessa Anna di Audrey Hepburn, Julie Andrews e la sua Mary Poppins, Barbra Streisand nei panni dell’esuberante Fanny Brice, la controversa Sally Bowles di Liza Minnelli, Annie Hall di Diane Keaton, Erin Brockovich che sorprende con Julia Roberts, la regina Elisabetta di Helen Mirren, fino a ricordare le “nostre” Anna Magnani e Sophia Loren quando ancora l’Academy era internazionale, passando per le sfumature thriller di Jodie Foster ne Il silenzio degli innocenti (1991) e la diabolica Kathy Bates in Misery non deve morire (1990).

Per celebrare queste intramontabili protagoniste del grande schermo, Dive a tutti gli effetti, la scorsa primavera il Museo Nazionale del Cinema di Torino proponeva in anteprima mondiale nella cornice della Mole Antonelliana la mostra BEST ACTRESS. DIVE DA OSCAR®, raccolta espositiva partorita da un progetto di Stephen Tapert (a cura di Stephen Tapert, Nicoletta Pacini e Tamara Sillo): oltre 370 opere sviluppate in un iter ascendente all’interno della cupola per ripercorrere la storia delle donne che hanno vinto l’Oscar come migliore attrice dal 1929 al 2014. Si trattava di un coinvolgente amarcord di splendidi abiti da cerimonia, ritratti delle star, immagini dei film da loro interpretati che si 20140401160316-620x388alternavano a bellissimi manifesti, costumi di scena, oggetti dal set, sceneggiature, curiosi aneddoti e istantanee della cerimonia degli Oscar in grado di far rivivere l’emozione della vittoria della prestigiosa statuetta. Da Janet Gaynor, prima donna a vincere l’Oscar nel 1929, a Cate Blanchett, splendida mentre stringe la statuetta per Blue Jasmine l’anno passato, l’esposizione oltre che all’arte rendeva omaggio all’alta moda, presentando pezzi esclusivi come il tailleur di Armani proveniente dal guardaroba personale di Jodie Foster, il dress della Iron Lady che sul grande schermo ha il volto di Meryl Streep e le scarpe disegnate da Ferragamo indossate dall’attrice durante le riprese. E ancora, il celebre abito firmato Valentino scelto da Julia Roberts per la cerimonia del 2001 o le stravaganti creazioni di Bob Mackie ideate per la camaleontica Cher.

Esiste, infatti, una tanto misteriosa quanto innegabile alchimia che opera dietro il lavoro dei costumisti cinematografici, un equilibrio creativo in grado di diventare iconico senza sfuggire alle redini tanto della visione d’insieme del regista quanto delle caratteristiche intrinseche ed estrinseche del personaggio da vestire. Era così per la Dorothy di Judy Garland (l’innocente grambiulino celeste formava un ossimoro con la tentazione delle celebri scarpette rosse), ma ancora oggi ne è prova il grande studio investito dai costumisti anche nella reinterpretazione di costumi già definiti dalla tradizione in live action in uscita come Cinderella , una categoria di premi riconosciuta e ufficialmente apprezzata a partire dal 1949. Cosa ne sarebbeoscar-dresses-infographic-mediarun dell’eterea spontaneità di Holly Golightly se Hubert de Givenchy non si fosse offerto di vestire la dolcissima Audrey Hepburn nel suo intramontabile abito di chiffon nero? Nella fattispecie, quest’ultimo modello è visitabile – tra altri – in uno spazio dichiarato nel 1962 Bien de Interés Cultural: alludiamo al Museo del Traje di Madrid (Avenida de Juan de Herrera 2, ingresso a 3 euro). Questo museo del costume (in spagnolo: Museo del Traje. Centro de Investigación del Patrimonio Etnológico) è un museo nazionale dedicato alla storia della moda e del costume che ha sua sede presso la Città universitaria della capitale spagnola. Sebbene la struttura museale risulti in sé un’istituzione abbastanza nuova, la collezione -rinominata nel tempo e mutata di posto – vanta un’antica tradizione (1925, inaugurata dal re Alfonso XIII). Oggi, il museo del Traje è uno dei partner che contribuiscono al progetto di biblioteca digitale Europeana Fashion che a partire dal marzo 2015 sarà accessibile in linea.

Per quanto riguarda il sempre attesissimo abito da red carpet, il decennio ha visto una vera evoluzione, anche se molti – così come le dive che li indossano – sono divenuti nel tempo e sempre rimarranno immortali. Ecco perché le maison della moda fanno a gara per vestire le star che intervengono alla serata, puntando su mises che passeranno probabilmente alla storia per la loro eleganza e/o originalità – oppure, talvolta, per la loro sembianza pacchiana. L’abito giusto (o sbagliato) resta negli annali del costume: nel 1929 Janet Gaynor si presentò a ritirare l’ambita statuetta con gonna, golfino, foulard e calzettoni, look allora modernissimo che ricorda con un sorriso quando, in procinto degli anni Settanta, Barbra Streisand e Jane Fonda si fecero portavoce di una nuova ondata di femminismo androgino osando – nel medesimo contesto – i pantaloni.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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