Mentre il mondo intero è concentrato sulle crisi in Ucraina e Siria, un vero e proprio genocidio sta dilaniando l’Africa centrale senza alcun riscontro sulla stampa internazionale.
Sono ormai passati due anni da quando è esplosa una violenza inimmaginabile nella Repubblica Centrafricana, eppure ancora in pochi hanno notato il quasi genocidio che devasta i paesi poco conosciuti.
Questa spirale discendente è iniziata nei primi mesi del 2013, quando un gruppo di ribelli a maggioranza musulmana, ha preso il controllo del Paese ed ha iniziato una campagna basata essenzialmente su uccisioni e saccheggi. Ciò ha portato alla creazione di una sorta di “gruppo militante Cristiano” per contrastare i ribelli e mettere fine a tutti gli episodi di violenza esplosi. Alla fine del 2014, il bilancio è di circa 5.000 morti, ma è ormai accertato che questa sia solo una minima percentuale del numero di morti effettivo; contemporaneamente, la crisi è stata dichiarata “massimo livello di emergenza” da parte di diversi gruppi umanitari.
Tuttavia, con l’ascesa di ISIS (di cui ho già scritto qualche mese fa), le rivolte in Crimea e Ucraina e alcuni brutali rapimenti in Nigeria, c’è stato poco spazio per parlare del “C.A.R. c.” (Central African Republic conflict), nonostante i gruppi di osservatori suggeriscano che ciò che è accaduto nel vicino Rwanda esattamente 20 anni fa potrebbe ripresentarsi.
Un team di Human Rights Watch ha osservato che i soldati francesi -inviati in centr’Africa forse temendo che possano replicarsi i vertiginosi numeri raggiunti durante il genocidio in Rwanda- sembravano quasi storditi dalla violenza che vedevano al momento dell’arrivo.
Nel rapporto, dal titolo ‘The Unraveling‘, si racconta che “le strade della capitale Bangui erano disseminate di corpi, uomini tagliati e resti appesi alle funi, linciaggi e circa 100 uccisioni al giorno. Ad assistere alle scene dei linciaggi più brutali abbiamo spesso trovato i bambini più piccoli che guardavano gli uomini tagliati a pezzi.“.
I rapidi interventi esterni hanno rallentato il dilagarsi della violenza, ma c’è ancora il timore che il paese, in precario equilibrio politico, possa oltrepassare in ogni momento il punto di non ritorno. E nel mondo verrebbe notato a malapena.
*Si ringrazia ‘The Daily Beast‘ per i dati e i documenti utilizzati in questo articolo.
**Per l’articolo di Settembre 2014 su ISIS: “(t)ERRORISMO con la ‘t’ minuscola: ISIS, Peshmerga, Fatwa, Al Qaida, Anonymous: perché ne stiamo parlando?”.

