di Stefania Paolino

Alle quasi cinque del pomeriggio la luce di questo fine Novembre è dolce, quasi assente nel velo di foschia. Dall’alto dei tornanti non si distingue quasi nulla, se non il serpente di lucine intermittenti delle auto sulla Statale 273. Mio padre guida, nel quasi buio, quasi interessato al cinema anche lui. Nella culla dei tornanti sembrano spariti tutti gli indugi e le resistenze a partire ogni giorno da San Giovanni Rotondo per Foggia, fare 40 km di auto per andare al cinema, a vedere film inediti o misconosciuti carichi di molte possibilità di delusione. Chi sa se in una Foggia il rapporto possibile non è solo quello con un pubblico di fan, che pensa a Leopardi come un Elio Germano e se i registi in abito bianco che vendono braccialetti di cotone multicolor spacciandoli per swarovski subiscono il giusto ridimensionamento, chi sa se c’è un pubblico che cerca un’autenticità, una verità –che non è quella del realismo- contro un’arte che vuole chiedere il permesso e creare, più che una rappresentazione, una svendita del reale. Chi sa come li guarda mio padre i film. Sospesi dal viaggio in auto, nel buio della campagna circostante, ci scontriamo sui giudizi dei film. Ma è la cosa migliore che si guadagna ai Festival: l’incontro con le persone. Parlando di cinema, abbiamo parlato, senza maschere, di noi. Sospesi, come i protagonisti di Ritratti abusivi di Romano Montesarchio, documentario su Parco Saraceno, quartiere abusivo della provincia di Caserta, un gruppo di edifici fatiscenti in cui vivono famiglie che hanno trovato nel degrado le loro ragioni di vivere. Dei superstiti, ritratti con la levità di uno sguardo che ci fa salire insieme a loro sui tubi pluviali delle case, fare una verticale sull’orlo dei tetti e saltare da una palazzina all’altra come per sospendere la realtà che è a terra. Sono degli abusivi. Non pagano l’energia elettrica, non pagano l’acqua, non lavorano. Non hanno che i loro ricordi e quelle palazzine dove sentirsi re di un condominio vuoto, riunirsi a cantare al karaoke o essere bambini che si sparano con pistole a pallini. Eppure restano lì, sospesi sul cemento a guardare il mare o i fuochi d’artificio.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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