di Stefania Paolino

Tra le chiacchiere da foyer, in attesa delle proiezioni del secondo giorno, si parla di Io mi chiamo Paul di Elena L. Pirozzi, che raggiunge il punto più alto del climax quando Paul, ragazzo vittima di violenza dalle donne, si allontana di spalle in una camminata lenta e maestosa, come il peso che porta dentro, sulle note della Tosca di Puccini:

–Ma quello lì, Paul, era un maschio o una femmina?

–Un maschio vestito da femmina, cioè una femmina nel corpo di un maschio… Forse non c’è un modo per definirlo. Infatti, è un corto sull’identità. Se ci ripensi, dopo essere stato violentato da quel gruppo di ragazze, in ospedale gli viene chiesto come si chiama e lui non risponde più “Paul”, ma “Paolo Proietti”.

–Ah… Ma adesso i maschi vengono violentati dalle femmine?

–Beh… Sì, se sono in gruppo… E poi una donna, anche da sola, può fare del male a un maschio, il quale per diversi motivi, come i motivi di tante donne, può subire senza ribellarsi…

–Uhm… Allora bisognerebbe istituire una giornata contro la violenza sull’uomo.

Entriamo in sala, che resta quasi vuota durante la proiezione dei documentari. Forse perché è pieno pomeriggio. Forse soprattutto perché i documentari interessano meno. È curioso che da un lato i film, i libri che vanno per la maggiore in Italia (ma non solo) siano legati alla cronaca, alla denuncia sociale, che i programmi televisivi più seguiti siano quelli che speculano e improvvisano indagini su tragedie private e che da un altro lato, invece, il documentario (sorvolando la questione teorica della soggettività implicita) passi in secondo piano rispetto al cinema di finzione proprio in una città di provincia. Curioso solo se non si pensa al fatto che il genere di denuncia delle docu-fiction, di questa specie di nuovo ritorno del realismo ottiene il maggior successo, tra il pubblico medio, nella sua versione più edulcorata e priva di complessità problematica. Del resto, i documentari che cercano di reprimere la soggettività del regista sono interessanti quanto è interessante il tema di cui informano. El Poderoso di Matteo Giulio Pagliai ci informa dell’esistenza di questo gruppo di persone che viaggia con un risciò da Firenze a Roma e che ha come intento quello di diffondere la cultura dello slow-travel. È vero, vedere il documentario mi ha spinto a curiosare sul sito del loro progetto, ma non mi ha dato altro che delle informazioni. E ventisei minuti di documentario senza ritmo e tensione sono difficili da sostenere. Colpisce di più UBU R1e di Matteo Epifani, documentario su un laboratorio teatrale tenuto in un carcere di Lecce. Emblematiche le scene con gli occhi tormentati dei detenuti che emergono tra la pelle imbiancata e le labbra e le guance rosse. Ha del grottesco la loro forza ridicolizzata dal trucco, ma anche una pietas che ci avvicina, ci mette sullo stesso piano e ridicolizza quindi ogni essere umano. Il teatro diventa il punto di contatto tra noi, quelli che stanno fuori, e loro, quelli che stanno dentro, tra noi, che facciamo esperienza dell’arte fuori, e loro, che ne fanno esperienza dentro. Cos’è il teatro (il cinema, l’arte) per un uomo in carcere?: è una domanda la cui risposta riguarda soprattutto noi di fuori, che siamo circondati da un’arte ridotta a merce di scambio.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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