(fonte: www.padovando.com)

di Elena Sparacino

arton66858Nell’attesa dell’arrivo di Giuseppe Tornatore nel salone di Palazzo della Ragione a Padova, questo 9 ottobre in occasione della Fiera delle Parole (il locale festival del libro), cerco – non lo nascondo, con un briciolo di emozione – di immaginarmi con quale piglio si presenterà ai quasi cinquecento astanti. Ripercorro mentalmente i suoi film, immaginandomi che si porrà con approccio profondo e meditativo, quasi più simile al filosofico Umberto Galimberti che l’ha preceduto che non a un comune relatore.

Invece Tornatore arrivbb86ace0-a3af-48f9-a909-1a4a5735f64fa sorridente, assorto nelle chiacchiere con alcuni accompagnatori. Sembra il ritratto dell’uomo comune, abbastanza marcato l’accento che non tradisce le origini – fonte e ispirazione della maggior parte dei suoi lavori più riusciti. Lo osservo con una certa curiosità. Si siede, e mentre l’intervistatore gli pone concentrato i primi quesiti, lui si scruta intorno da dietro gli occhialetti ovali, improvvisamente serio; nessun accenno di superbia o superiorità, il regista premio Oscar – nel 1990 con Nuovo cinema Paradiso come Miglior Film Straniero – oggi presenzia alla manifestazione per presentare il suo ultimo libro: Il collezionista di baci (Mondadori Electa, 22 euro, pagg. 215), titolo di una certosina raccolta illustrata dei baci più belli del grande schermo, che non può non riportare alla mente il celebre montaggio di Salvatore nell’emozionante scena finale del suo noto capolavoro. Così, come nel suo Paradiso, Tornatore ha voluto selezionare con pazienza e dedizione oltre duecento manifesti originali che coprono l’arco temporale di quasi un secolo, tutti provenienti dalla collezione di Filippo Lo Medico, per raccontare una storia alternativa del cinema attraverso i suoi momenti più intensi. Da Colazione da Tiffany a Eyes Wide Shut, da Il postino suona sempre due volte a Titanic, passando per Casablanca: intramontabili e modernae1372e9-77fc-4128-99b6-25647950ec73i, innocenti e voluttuosi, rubati e passionali, sono i momenti immortali delle pellicole che ci hanno saputo impressionare. La raccolta nasce dall’idea di un collezionista, come aveva raccontato a Vanity Fair lo stesso Tornatore: «Questi manifesti sono tratti da una collezione importantissima di Filippo Lo Medico che ha dedicato tutta la sua vita alla gestione di sale cinematografiche e che ha collezionato 60 anni di cartellonistica cinematografica. Quando vide Nuovo cinema Paradiso manifestò l’idea di fare una raccolta di baci nei manifesti e oggi, a distanza di 25 anni, il sogno si realizza». Anche se lui giura, alla Fiera delle Parole, di non essere a sua volta per natura un appassionato collezionista (benché il piacere dell’accumulo e della raccolta sia un topos ricorrente nella sua Opera), «né un frequentatore di aste, come molti pensano dopo il mio ultimo film», scherza.

La locandina preferita di Giuseppe Tornatore? Quella di Incantesimo, con il bacio 3bf20227-3f02-4d6e-bdbb-97fb748ad9d8tra Kim Novak e Tyrone Power, perché «con questo film fu inaugurato il Supercinema di Bagheria (sua città natale, n.d.r.) che era a poche centinaia di metri dalla mia casa. Lì sono entrato per la prima volta a vedere un film, lì sono ritornato da solo e da ragazzo, sempre in quella sala, ho lavorato come proiezionista». Supportato da uno studio del bacio nella storia del cinema, il lavoro ricorda i tempi (fino ai rivoluzionari anni Sessanta) in cui erano bocche sigillate a sfiorarsi per ricreare suggestioni di romanticismo; l’emozione dinanzi all’atto in quanto tale. Inizia così un excursus in sala, all’ombra del gigantesco cavallo di Donatello, guidati per mano dal regista: una riflessione su come il manifesto pittorico abbia progressivamente ceduto il posto a quello fotografico, sulle fasi di preparazione all’uscita dei film, sull’elaborazione dei trailer («Credo che il trailer vada confezionato da qualcuno di estraneo, poiché il regista risulta troppo coinvolto, non ha la giusta distanza per creare un trailer – o “presentazione”, come lo chiamavano una volta – di pochi secondi che sia accattivante») e incluso i titoli dei film. Tornatore rammenta, con un pizzico di nostalgia nostrana, la cura dietro al tanto criticato doppiaggio, titoli a volte «stupendi, come Citizen Kane che è diventato “Quarto Potere”… che è ancora più bello dell’originale!». Un lavoro dovizioso e solerte nelle retrovie, una volta così complesso e sofferto da essere più romantico oggi da ricordare.

Non esiste luogo, o tempo, in cui il cinema e la cinematografia non creino un mondo in grado di 8dfe888d-9b9c-4c9b-a617-228a9249cea9compiere l’incanto emotivo che intrappola la mente del suo spettatore, ma il regista si dimostra piuttosto perplesso sull’attitudine negativa che affligge l’Italia. Dove, ride amaramente, non passa convegno o conferenza di cinema, sceneggiatura, regia, musica da film o simili, in cui non sopraggiunga puntuale la domanda intellettualoide: “Com’è lo stato di salute del cinema in Italia?”. Eppure soffermandosi lui stesso non riesce a farsi sovvenire un solo periodo storico in cui l’emerito “stato di salute” non andasse che “male”, in molti momenti dei quali abbiamo avuto alcune tra le più 80e759c9-93fd-497e-b561-762a6e5953b5grandi produzioni artistiche in celluloide. «Se vuoi fare cinema, prima ti devi intendere dello stato di salute della società», questo è indubbio; ma stando ai dati, al giorno d’oggi nel nostro Paese non vengono prodotti più di 80/90 film per annata (contro i circa 300 dello scorso secolo), dei quali viene distribuito non più del 60%. In una simile prospettiva, lo “stato di salute” indicherebbe che «il nostro cinema non dovrebbe nemmeno esistere. […] Ma, a dispetto della crisi, la creatività del nostro cinema è ancora forte, fortissima!». Se poi questo sentimentalismo è supportato dal fatto innegabile che la tecnologia digitale sta abbattendo progressivamente i costi di produzione – un vero e proprio «antidoto alla crisi» – risulta ancora più palese dinanzi alla potenziale positività di un simile scenario come «siamo noi che siamo più presi dal voler far circolare la crisi endemica che non la bellezza che produciamo. Gli altri Paesi giustamente non lo fanno, si tengono la loro crisi per sé».

Ma questa parrebbe essere appena una delle differenze che ci penalizzano a livello di strategia rispetto ai “cugini” francesi (e non solo). Un altro merito che Tornatore riconosce alla produzione estera è la lungimiranza del non promuovere solo incassi certi al botteghino, mantenendo ampio l’arco dei generi al cinem4237bf60-51a7-4626-b3be-20a91d67d876atografo: indice – a suo avviso – di una cinematografia veramente forte, un’offerta ricca e varia non solo è in grado di intercettare e accattivare un range più amplio di pubblico (in Italia ormai «vanno solo commedie e fantasmi di un cinema d’autore riservati agli addetti ai lavori, tanto che a volte nell’ambiente si dice “non c’è più pubblico, ma solo colleghi”»), ma garantisce il continuo stimolo di quella versatilità artistica indispensabile per solleticare e rafforzare la creatività. Saper raccontare misurandosi con mondi diversi attraverso il cinema apre la mente, crea nuove sfide, e nuovi mezzi di comprensione, come spiega citando i suoi ‘viaggi’ immaginari attraverso i libri per imparare a vivere su quella nave che sarebbe stata di Novecento ne La leggenda del pianista sull’oceano.

 

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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