di Simone Dei Pieri
Vent’anni dopo, Pulp Fiction il celebre cult di Tarantino, torna a fare capolino nell’immaginario collettivo; ma sono troppi i giovani che ancora non hanno visto la pluri-premiata pellicola e con un po’ di follia e qualche riga febbrilmente buttata giù, cercherò di dare un’idea di cosa stiamo discutendo.
A dire il vero il 14 Ottobre 1994 noi -chi più, chi meno- eravamo piccoli e innocenti, ma la mente geniale e folle di Quentin Tarantino produceva febbrilmente quello che negli anni sarebbe stato ricordato come una delle pietre miliari della cinematografia mondiale.
La ricetta chiave di un capolavoro è presto scritta: struttura narrativa circolare, personaggi in coppie, tempi e luoghi mescolati abilmente. Violenza in abbondanza. Tra ‘quarti di libbra al formaggio’, pugili onesti, spacciatori, valigette misteriose e orologi d’oro nascosti tra le chiappe, teste spappolate e automobili da ripulire, fanno la loro degna figura i versetti di Ezechiele 25:17 e un John Travolta che legge sul water, capaci di divenire in poco tempo simboli-chiave di un film e di una generazione, pur essendo stati vietati in Italia ai minori di 18 anni a causa di una ben nota iniezione di adrenalina praticata ad un’allucinata Uma Thurman dopo un’overdose.
L’ironia qui dentro è un balsamo necessario, capace di sminuire anche il crimine più efferato e renderlo quasi una routine di sfondo, dove sono i dialoghi a farla da padrone: nasce così un viaggio nel mondo criminale della periferia di Los Angeles sottolineata da una vaga etica criminale che tradisce i discorsi sul “modo migliore di far soldi” rapinando un locale e sulla religione che protegge dai proiettili.
Il cinismo e la calma esasperante di Mr. “risolvoproblemi” Wolf, sono quel quìd che va a braccetto con l’automatico “Sei-un-genio!” che ogni buon spettatore ha esclamato durante il film; il finale rende ancor più manifesto l’ordine temporale -scombinato e geniale- del film/capolavoro di Tarantino, che si mescola ad hoc con i ritmi musicali scelti -blues, funk, rock- che dipingono e sottolineano i ritmi e le storie parallele, ricongiunte dopo 154 min. degni della definizione di ‘capolavoro cinematografico’.
Un film che ha lanciato Uma Thurman, tra inquadratura di piedi striscianti languidamente e labbra sensuali, nei panni dell’enigmatica ed infantile Mia Wallace, “la moglie del boss”, per non parlare del twist con Vincent Vega/John Travolta al ritmo di Chuck Berry, lui che forse non ballava dai tempi di Staying Alive; Mia reclama più silenzi e meno chiacchiere (“Non odi tutto questo? I silenzi che mettono a disagio…”). Ma non basta e tra gli altri ci sono Samuel L. Jackson, killer miracolato, divoratore di hamburger “colonna portante di ogni colazione vitaminica!”, Bruce Willis, duro col mondo, glorificato e giustificato da una katana… che poi riapparirà in Kill Bill, solo perché stiamo parlando di Tarantino e perché non credo molto alle coincidenze.
L’American Film Institute lo ha posizionato al 94’esimo posto nella lista dei cento migliori film americani di tutti i tempi ed è 7’mo nella categoria ‘gangster’; tra i riconoscimenti vanta diversi premi Oscar (su tutti, quelli alla regia per Tarantino, quelli per attori non protagonisti a Samuel L. Jackson e Uma Thurman, quello per attore protagonista a John Travolta), diversi Golden Globe, MTV Movie Awards, due David di Donatello, un Nastro d’Argento e la Palma d’Oro a Tarantino durante il Festival di Cannes del ’94.
Se ancora non l’avete visto, probabilmente non capite nulla di cinema.
“Dite COSA un’altra volta!”

