di Giovanni Lucifora

E’ il 22 giugno del 1983 e una ragazzina sparisce dal centro di Roma. E’ una tranquilla quindicenne che però a differenza di altre è una cittadina vaticana, abita all’interno delle mura Leonine dunque ha la residenza nella Santa Sede.

I giornali iniziano a interessarsi alla scomparsa come uno dei tanti casi di cronaca quotidiana ma ad amplificare la notizia è il Papa. Più volte infatti Giovanni Paolo II fa chiari riferimenti alla vicenda dando però un elemento in più, fondamentale. L’8 luglio durante l’Angelus fa capire che la giovane è stata rapita: “Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela di quindici anni….” Poi Woitjla prosegue: “Non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità di questo caso, elevo al Signore la mia preghiera.” Di chi abbia “responsabilità” dice il Papa. E allora è stata sequestrata.

La prima pista in senso cronologico è stata quella dei Lupi Grigi legati all’attentatore del Papa Mehemet Alì Agca. I Lupi Grigi erano un’organizzazione terroristica turca di estrema destra.

Nel primo contatto i sedicenti rapitori proposero infatti la liberazione di Agca in cambio di Emanuela. Ma ci fu un’altra pista che ancora oggi è oggetto di approfondimenti ed è quella della banda della Magliana, venuta a galla negli ultimi anni dopo che Sabrina Minardi, amante del boss della ‘bandaccia’ Enrico De Pedis, ha iniziato a parlare della vicenda. Su questa ipotesi la Procura starebbe ancora indagando. Dunque questi i due principali filoni d’indagine.

“Credo che siamo incappati in un tassello all’interno di un sistema di ricatti che parte ancor prima di quel giorno, ma anche prima della morte di Papa Luciani, dell’attentato a Wojtyla e della morte di Calvi”. Ne è certo Pietro (55 anni) il fratello di Emanuela che non ha mai perso la speranza di rivederla viva. “Un sistema che lega i pezzi deviati dello stato Vaticano, della Chiesa, dello Stato italiano, le mafie e la massoneria, sia dal punto di vista politico che economico….”

A farci capire meglio è sempre Pietro che tempo fa ha incontrato Papa Bergoglio il quale gli ha detto che “Emanuela è in cielo”, dopodiché sul caso Orlandi, il Vaticano è tornato a tacere. La sua ipotesi parte dai soldi che “la mafia elargì al banco Ambrosiano e che Giovanni Paolo II utilizzò per la causa del sindacato polacco Solidarnosc. Peccato però – aggiunge Pietro ironico – che quel denaro doveva essere restituito e quando venne richiesto non c’era più.”

I rapitori i primi tempi seguivano due linee: una pubblica e una privata. Con quella pubblica richiedevano la liberazione di Ali Agca e questo serviva per alzare l’attenzione sulla vicenda poi hanno ottenuto una linea diretta con la segreteria di Stato della Santa Sede e hanno avviato le trattative private. Proprio lì c’è stata la vera richiesta.

“Purtroppo il Vaticano non ha mai collaborato nelle indagini, – precisa Pietro – non ha mai fornito il contenuto di quelle telefonate.”

Tante le segnalazioni di avvistamenti ma anche una rivelazione e l’indagine di Fabrizio Peronaci del Corriere della sera che aprono scenari a tratti incredibili. La rivelazione è di Pietro: “Due mesi dopo la scomparsa di Emanuela ci furono due persone della zona di Bolzano che sostennero di essere entrate in contatto con Emanuela. Una è un’insegnante di musica che ad agosto ricevette una telefonata. Era mezzanotte; dall’altra parte del ricevitore la voce di una ragazza che diceva di chiamarsi Emanuela Orlandi e con tono molto concitato chiedeva aiuto. Prima che l’insegnante potesse parlare la linea cadde. Dopo qualche minuto il telefono squillò di nuovo. A parlare era un uomo che fece una serie di minacce se avesse riferito a qualcuno il contenuto della chiamata precedente. L’insegnante non disse nulla fino al 1985 poi andò dai carabinieri.” Poi una seconda segnalazione.

“Nei giorni della telefonata, un’altra persona della stessa zona, precisamente a Terlano, affermò di aver notato una macchina targata Roma, dalla quale erano scesi un uomo e una giovane ragazza. Quest’ultima sembrava stordita e trasandata. La testimone, dopo aver visto una foto, affermò che era Emanuela e disse che mia sorella rimase nell’appartamento sotto al suo per qualche giorno poi arrivò un altro uomo che la prese, la fece salire in una macchina e si diressero verso la Germania. In quel momento gli investigatori stavano seguendo una pista turco-tedesca quindi furono molto interessati a questa testimonianza a tal punto che indagarono quattro persone. Di questa faccenda non uscì neanche una riga sui giornali. I quattro rimasero indagati fino al 1997 poi l’inchiesta fu chiusa”.

C’è da aggiungere che sembra che la persona che prelevò la presunta Emanuela fosse del Sismi (gli ex servizi segreti militari) di stanza a Monaco.

Secondo il giornalista Fabrizio Peronaci, che ha pubblicato un nuovo libro su questa vicenda, ‘il ganglio’ (ed. Fandango), sarebbero coinvolti gruppi oscuri del Vaticano, uno di questi si chiama proprio ‘il ganglio’. A rivelare alcune presunte verità scomode è il personaggio che negli ultimi tempi ha deciso di uscire allo scoperto per confessare di aver avuto un ruolo nel rapimento di Emanuela. E’ l’inquietante Marco Fassoni Accetti che alcuni mesi fa ha consegnato un flauto alla magistratura sostenendo che fosse quello che Emanuela aveva con se il giorno del sequestro. Sullo strumento però non è stato possibile effettuare riscontri decisivi.

‘Il ganglio’ era una fazione occulta che contrastava l’anticomunismo di Woitjla durante la guerra Fredda e che si sarebbe reso responsabile di altre vicende oscure compreso il rapimento di un’altra ragazzina, Mirella Gregori, un mese prima del sequestro della Orlandi.

Nel tempo ci sono stati momenti in cui sembrava che il volto della piccola Emanuela si potesse materializzare e l’incubo finire, come nel 1993. Ricorda Pietro: “Fu l’episodio più eclatante, in Lussemburgo. Ci fecero vedere delle foto di una ragazza che per noi era Emanuela e viveva in un monastero. Decidemmo di partire assieme ai magistrati e al capo della squadra mobile romana, Nicola Cavaliere che era straconvinto che quella giovane fosse Emanuela. Arrivammo e mia madre fu portata in una stanza per incontrare questa ragazza. Furono gli istanti più belli della mia vita. Eravamo certi di aver ritrovato la nostra Emanuela. Ne ero sicuro, ma questa gioia infinita si dissolse in un attimo quando mia madre uscì da quella stanza e la osservai. Capii immediatamente dal suo sguardo che eravamo di fronte all’ennesima illusione.”

E un’illusione furono anche le analisi delle ossa conservate nella basilica di sant’Apollinare nel 2005. “Tutto nasce quando a ‘Chi l’ha visto?’ arriva una telefonata (La voce è di un uomo di mezza età: Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti all’epoca). Premetto – sottolinea Pietro – che la basilica in questione è un unico edificio in cui c’è anche la scuola di musica che frequentava Emanuela, l’istituto Tommaso Ludovica da Victoria. I magistrati presero in considerazione questa pista considerando l’eventualità di un legame tra la scomparsa di Emanuela e la sepoltura di Enrico De Pedis (detto ‘Renatino’), sepoltura autorizzata dal vicariato di Roma e dal Ministero degli interni. Le ossa erano all’interno di circa duecento cassette e al momento non è risultato nulla di utile”.

De Pedis lo tira in ballo sia la sua ex amante, Sabrina Minardi che indica anche il posto dove Emanuela sarebbe stata tenuta prigioniera e dove sarebbe stata fatta sparire: in una betoniera a Torvajanica, sia Peronaci che nella sua inchiesta ‘Renatino’ ha un ruolo determinante nel rapimento.

“La banda della Magliana se ha avuto un ruolo è stato esclusivamente di pura manovalanza”, sostiene Pietro. Fattostà che questo è un caso che ha tutti gli ingredienti per essere catalogato come l’ennesimo mistero d’Italia, ma non solo d’Italia. C’è infatti un grande assente nella ricerca della verità, il Vaticano. “Quando c’era Ratzinger parlai con padre Georg Ganswein (segretario personale di Benedetto XVI) in occasione della presentazione di una petizione da consegnare virtualmente al Pontefice nella speranza che durante l’Angelus potesse spendere qualche parola su questa vicenda. La domenica all’Angelus però, nonostante in piazza san Pietro eravamo in tanti con la foto di mia sorella, non fece alcun riferimento. Scoprii poi che non lo fece perché fu consigliato dalla segreteria di Stato di non parlarne”.

E perché?

“Evidentemente il Papa non è libero di pronunciare il nome di Emanuela Orlandi”. Dunque un altro mistero all’ombra del Cupolone, un mistero che dura ormai da trentuno anni.

Redazione

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