Milano Criminale - Cicli storici che ritornanodi Bartolo Ciccardini
Savino Pezzotta è un bergamasco verace, di quelli duri nel parlare e dolci nel sorridere. Si introduce nella Tavola Rotonda di Todi in punta di piedi, ma con delle affermazioni mirate a far sì che salti il tavolo delle discussioni. Buon sangue sindacalista non mente!

La prima bomba a mano Pezzotta la lancia a proposito della riforma costituzionale a cui è profondamente contrario. Lo dice subito: “Io sono un vecchio proporzionalista!”, con corrusco accento bergamasco.
E poi, per farsi perdonare, mi sorride: “Lo so, lo so, che tu sei un vecchio presidenzialista, ma non mi fai paura!”.
Per fortuna i numerosi presidenti non hanno capito che si rivolgeva a me, timidamente nascosto nella seconda fila a prendere appunti, e non si rendono conto di questo conflitto quasi trentennale.
Ma Pezzotta continua: “Delle riforme costituzionali mi interessa una cosa sola: come si fa a migliorare la partecipazione dei cittadini? Come parteciperò io alla Repubblica, non io ex-sindacalista o ex-parlamentare, ma io cittadino?”.
E qui Pezzotta piomba con tutti e due i piedi, da buon bergamasco, sul problema dell’art.49: il problema che nessuno vuole esaminare seriamente perché una sua leale e patriottica applicazione renderebbe illegali tutti i partiti che oggi ci sono meno uno. L’art. 49 non fu mai dotato di una legge applicativa, (salvo il tentativo fatto da Don Luigi Sturzo nel 1959) perché il Partito Comunista temeva giustamente che una legge che intervenisse a stabilire “il metodo democratico” richiesto dalla Costituzione per svolgere la funzione propria del Partito, quella di presentare le liste, avrebbe automaticamente messo fuori legge il Partito Comunista, come era esattamente accaduto in Germania. Ma oggi, non solo il Partito Comunista non c’è più, ma né il partito di Berlusconi, né il partito di Grillo e molti altri ancora non avrebbero i titoli democratici sufficienti per presentare delle liste alle elezioni. Li avrebbe solo il Partito Democratico, che con le primarie fa più del dovuto.
Ma evidentemente lo fa malvolentieri, perché non ha mai pensato di fare una legge che inserisca obbligatoriamente il metodo delle primarie alla presentazione delle liste, applicando finalmente quel “metodo democratico” richiesto dall’art. 49.
Caro buon Pezzotta, non prendertela con me che sono presidenzialista, ma tira le frecciate del tuo potente arco verso i timidi dirigenti del Partito Democratico, ai quali giustamente chiedi: “Aumenta la mia facoltà di partecipazione!”.
Dopo questo preambolo il nostro Savino esplode in un formidabile: “Basta!”.Basta con i documenti, basta con i seminari, basta con i manifesti, basta con i programmi. Si dice sempre il “perché” o il “per che cosa”, ma non si dice mai il “come”. Pezzotta fa un esempio molto calzante: “Parliamo sempre del contributo dei cattolici, dei valori dei cattolici, dei progetti dei cattolici, delle proposte dei cattolici. Basta! Io mi chiedo una cosa sola. Che c’è politicamente in comune fra e quelli che mi stanno vicino quando la domenica ascolto la Messa?”.
Hai ragione mio caro e buon amico! Se i cattolici che vanno a Messa si astengono o votano Grillo e Berlusconi e persino Bersani e Vendola in proporzioni identiche a quelle del resto della popolazione italiana, il segno è che non ci sono più i cattolici in politica, che è scomparso il cattolicesimo politico, che abbiamo con quelli che ascoltano la Messa con noi i legami che potremmo avere se fossimo membri di un’associazione bocciofila!
Ma forse un Papa non disse che dovevamo occuparci della buona politica? Ed il Presidente della CEI non lo ha ripetuto?
E ci sono parroci capaci e preparati per spiegare quello che dice il papa e quello che dice Bagnasco?
O più semplicemente: “Ci sono ancora i parroci?”. Questo è il vero problema che Pezzotta, gridando allo scandalo, pone alla nostra coscienza.
Cento anni fa uscivamo per la prima volta dal non-expedit, vale a dire dall’astensionismo voluto, dichiarato e programmato. E per la prima volta i cattolici votarono per appoggiare Giolitti in cambio di sette punti programmatici, favorevoli ai loro principi.
Per un secolo ci siamo vergognati di questo piatto di lenticchie con cui scambiammo la nostra eredità storica e politica. Ma oggi siamo ridotti ad un punto che dovremmo rimpiangere il Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni! Ed invece oggi non abbiamo un Giolitti con cui accordarci, non abbiamo sette punti da proporre, non abbiamo voti da scambiare, e non abbiamo neppure uno straccio di Conte marchigiano che sia in grado di trattare con Giolitti.

Redazione

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