Mario, salvato da un semedi M. Michela Nicolais

Accolto nella comunità di ”Borgo Amigò” a Roma, da ladro e violento qual era, ha riscoperto la propria umanità e il proprio saper fare. L’incontro con padre Gaetano e la piantina che cresceva. Oggi è sposato e ha un figlio. Fa il cuoco e sa fare anche le pizze. Ha imparato ad aspettare che la pasta lieviti.Ci sono giorni, in questo mestiere, ci sono occasioni, momenti, attimi, in cui perfino il porre una semplice domanda ad un interlocutore per un’intervista sembra fuori luogo. Può apparire indiscreto, a volte, rompere il pudore di chi più che parlare agisce, più che raccontare di sé o degli altri testimonia, più che teorizzare cerca soluzioni concrete e ragionevoli perché tagliate su misura tra le pieghe della vita.
La vita di cui parliamo oggi è quella di Mario: lo chiameremo così perché così abbiamo concordato con chi ha deciso di metterci a parte della sua storia, “scegli pure un nome di fantasia”. A raccontarci di lui è padre Gaetano Greco, da oltre trent’anni cappellano dell’Istituto penale minorile di Casal del Marmo. Uomo dagli occhi profondi e penetranti, dallo sguardo diretto e dal sorriso ampio, uomo schivo e riservato ma capace di empatia, di condivisione, di slancio autentico verso gli altri. Di quella che Simone Weil chiama “attenzione”, e che nel linguaggio di chi ha fede diventa misura dell’umano.
Con padre Gaetano, dovevamo incontrarci nella comunità di accoglienza dei “suoi” ragazzi, minorenni già condannati che possono usufruire di una pena alternativa alla detenzione: “Borgo Amigò”, zona Casalotti, periferia di Roma, diocesi di Porto-Santa Rufina. La giornata è una di quelle frenetiche subito prima della visita del Papa a Casal Del Marmo: padre Gaetano si trova suo malgrado sotto i riflettori, ma è felice di fare per questa volta un’eccezione, la causa ne vale davvero la pena. L’appuntamento salta, i preparativi per questo Giovedì Santo così fuori dal comune – non per Papa Francesco, che a Buenos Aires ci era abituato – si prolungano più del dovuto, ma padre Gaetano promette di venire in redazione a fine giornata, cioè inizio serata, per la nostra intervista. Così, interpellato in maniera diretta e forse inopportuna su quale storia di “Resurrezione” sceglierebbe di regalarci per Pasqua, accetta di parlare di Mario.
Tre anni fa è approdato a “Borgo Amigò”, dopo un soggiorno all’Ipm di Casal del Marmo che definire burrascoso suona come un eufemismo. I suoi modi, durante la detenzione, erano così “impastati” con la violenza e l’aggressività che gli agenti penitenziari avevano concordemente deciso di chiederne l’allontanamento dal carcere. E’ stato padre Gaetano ad opporsi decisamente a questa proposta: è riuscito a farlo perché ha rivelato loro qualcosa di cui non si erano accorti, fino a quel momento. Mario, di tanto in tanto, faceva capolino a Messa, oppure sostava tra i banchi, come se chiedesse silenziosamente aiuto, in un “colloquio invisibile”, magari maldestro e inconscio.
E’ vero che quando si è giovani si ha tutta la vita per cambiare, ma è anche vero che quando la vita di un ragazzo è segnata in maniera profonda dall’abisso del male, le cicatrici rimangono per sempre, e diventa molto difficile rialzarsi. Ma, piano piano, rialzarsi si può. Mario ha un passato di violenze in ambito familiare, la sua è una situazione compromessa, sia a livello di equilibrio, sia come esperienza vissuta. Il suo unico rapporto con il mondo esterno è fatto di criminalità scambiata per normalità di vita: lui ha vissuto sempre così, anzi in questo campo eccelle, e porta dentro il carcere questa rete di rapporti malati, tanto da dare l’impressione anche a navigati agenti penitenziari di “tirare le fila” dei suoi traffici da “dentro”. Ma anche questa è una maschera, in realtà Mario è la prima vittima dei suoi aguzzini, che lo tengono invischiato nella loro tela di ragno grazie alle intimidazioni e ai ricatti. Storia di ordinaria schiavitù.
Eppure, in carcere, piano piano, giorno dopo giorno, passo dopo passo, qualcosa scatta in Mario, che decide di passare l’ultima parte della sua detenzione in un ambiente diverso dalla cella. Arriva a “Borgo Amigò”, prima lo ha frequentato occasionalmente e poi lo ha scelto come la sua casa. Viene accolto dalla comunità, non è facile abituarsi alle regole ma la prima proposta che gli viene fatta è di imparare a valorizzare le sue qualità positive: nessuno finora glielo aveva detto, perché nelle “vite segnate” quello che rimane, dopo, è solo l’immagine negativa di se stessi, e non si sa più da dove ricominciare. Allora, la speranza può nascere anche da una piantina. “I primi tempi – racconta padre Gaetano – mi chiamava ogni giorno, con voce festosa: non riusciva a capacitarsi di come un piccolo seme potesse trasformarsi in una pianta che cresceva un po’ ogni giorno, ‘Guarda, è cresciuta ancora’”.
L’occupazione di Mario era rubare, era quello il suo mestiere specializzato. Era incappato nelle maglie di un’organizzazione malavitosa che sfruttava il lavoro minorile, e il suo compito era reclutare ragazzini. Ma lui era vittima di quell’organizzazione, come tanti altri ragazzi come lui, le violenze erano anche psicologiche, tanto che quando è arrivato a “Borgo Amigò” Mario aveva il terrore di uscire di casa, usciva solo se accompagnato. Poi, lentamente, anche guardando crescere quella piantina, ha trovato il coraggio di affrontare i suoi persecutori, li ha guardati negli occhi, ha restituito il passaporto: “Ho fatto una scelta diversa, vi prego di lasciarmi in pace”. Oggi, Mario è sposato e ha un figlio, e qualche volta ripassa dalla “sua” comunità per un saluto. E’ cuoco in un ristorante romano, sa fare anche le pizze. Ha imparato ad aspettare che la pasta lieviti…

Fonte: agensir.it

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