Liturgia del giorno - 24 marzo - DOMENICA DELLE PALME (ANNO C)di Chiara Cristina Lattanzio

La domenica delle Palme è il giorno di festa per l’igresso di Gesù a Gerusalemme prima dell’inizio della settimana Santa di passione. Tutte le letture di oggi ci parlano delle sofferenze che dobbiamo affrontare per arrivare alla vittoria contro la morte non del corpo, ma dell’anima.
Troppo spesso siamo costretti a vivere momenti di sofferenza. Situazioni che non avremmo mai voluto vivere. Ci sentiamo strappare il cuore. Sempra di ricevere tanti pugni in pieno viso senza avere il tempo di riprenderci tra una botta e l’altra. Ma la sofferenza fa parte della missione del servo e quindi della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi, ma dobbiamo imparare a pregare come fece Gesù sul monte: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Il profeta Isaìa nella prima lettura ci dice che “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”.
Ogni cristiano, durante il percorso della sua vita ha un numero di anime che convertirà testimoniando l’amore e la carità. Tutti abbiamo la possibilità di indirizzare una parola allo sfiduciato come Isaìa. Capita spesso nella vita di tutti i giorni che ci troviamo davanti ad amici, parenti, colleghi o conoscenti che hanno bisogno di una parola di speranza o di una testimonianza di amore, anche se non ce lo chiedono esplicitamente. Persone ferme a guardare un bivio più grande di loro. In quei momenti abbiamo il dovere di
indirizzare una parola d’amore. Ci chiameranno stupidi, ci derideranno perchè parleremo d’amore in un mondo che parla di egoismo, ma Isaìa ci risponde anche a questo con le parole: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”.

Il Salmo 21 parla ancora della sofferenza che deve attraversare chi parla di Dio, perchè il diavolo gli presenta il conto ogni colta per averlo allontanato. La ricompensa eterna non è facile da raggiungere. E’ come una corsa ad ostacoli nella quale il cristiano verrà circondato da cori che vorranno demotivarlo. “Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!». Ma dobbiamo cercare di non avere paura e annunciare il nome di Dio.

Nella seconda lettura San Paolo scrive ai Filippési che “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Gesù si umiliò “facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami:«Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre”.

Il Vangelo di Luca, infine, ci fa ripercorrere tutto ciò che avvenne nella settimana Santa. Dall’ultima cena al momento in cui un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto, si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.

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