Elvira Sciurba entra nei territori dell’abuso, del silenzio e dell’identità negata, trasformando una storia affidatale in un esercizio di responsabilità narrativa. È un titolo implacabile sin dalle parole che sceglie: “Io sono Matteo. Numero 147”. Al centro resta la dignità, di Matteo, il bisogno di conoscere le proprie origini e quella parola che, dopo anni di paura, può finalmente spezzare la prigione del trauma. Siamo schiavi di noi stessi troppo spesso… siamo gabbie e non siamo liberi. Oltre i ferri inossidabili del nostro ego e dei nostri vizi, oltre le forme contorte delle ferite, c’è una nuova consapevolezza di chi siamo per davvero…

Penso sia inevitabile chiedertelo: quanto di una violenza infantile ha trovato verità nel tuo passato o nel passato immediatamente adesso al tuo?
Per fortuna nessuna esperienza vissuta nel mio passato personale o in quello della mia famiglia rispecchia minimamente gli eventi narrati nel romanzo. E per quanto mi riguarda, grazie all’attenzione di mia madre, che sin da piccola mi raccomandava sempre di stare lontana dai preti. Quando ero poco più che ventenne mi raccontò che molti anni prima, diciamo all’incirca intorno agli anni ’50, quando nei piccoli paesini dell’entroterra siciliana la verginità era la dote più preziosa, una giovane fanciulla non voleva più sposarsi perché era stata violata da un giovane prete. La storia non nasce da un vissuto biografico personale, ma da un profondo lavoro di ascolto, immedesimazione e rielaborazione narrativa di una vicenda che mi è stata affidata e che ho sentito l’urgenza etica di raccontare.
Quando Matteo ti ha affidato la sua storia, cosa hai sentito di dover proteggere prima di tutto?
Nel momento preciso in cui la storia di Matteo è passata dalle sue parole alla mia pagina, ho percepito il peso e la delicatezza di un mandato di fiducia assoluto. Ciò che ho sentito di dover proteggere sopra ogni altra cosa è stata la dignità profonda della persona, insieme alla verità incontaminata del suo dolore. Quando ci si accosta a traumi così devastanti — la ferita dell’abbandono in tenera età, la depersonalizzazione vissuta in collegio dove un bambino cessa di avere un nome e diventa un mero “numero 147”, o la violenza sistematica perpetrata da figure che avrebbero dovuto rappresentare protezione e guida — il rischio più grande è quello di cadere nel patetismo d’effetto. Volevo scongiurare questo pericolo con tutte le mie forze. La mia priorità è stata preservare l’innocenza violata di quel bambino senza edulcorarla, ma al tempo stesso senza esibirla come uno spettacolo drammatico. Volevo mettere al sicuro la sua immensa capacità di resistenza: il coraggio di un ragazzino che, nel buio di un fienile, trova la forza di dire “no” al suo aguzzino, la tenacia con cui non si lascia spezzare e quella spinta incrollabile verso la verità che lo porterà, da adulto, a riscattare la propria vita e a mettersi in viaggio alla ricerca delle proprie origini biologiche.
Di simbologie ce ne sono moltissime… che rapporto hai con il “simbolo”?
Per me il simbolo non è mai un semplice orpello stilistico o un artificio retorico, ma un ponte necessario tra ciò che la mente conscia cerca di rimuovere per sopravvivere e la verità sotterranea che chiede di emergere. In questa narrazione, la simbologia è la lingua segreta con cui l’inconscio dei personaggi, e la struttura stessa del racconto, parla al lettore. Consideriamo il “numero 147”: non rappresenta soltanto l’etichetta burocratica di un orfanotrofio, ma è il simbolo gelido della spersonalizzazione, della cancellazione dell’identità e dell’infanzia negata. E che dire della “fame” implacabile che spinge i bambini a rischiare le punizioni per svaligiare la dispensa nella notte? Non si tratta soltanto di un bisogno fisiologico non soddisfatto, ma è la rappresentazione viscerale e drammatica di una carestia affettiva, di un vuoto d’amore devastante che le pareti di quel collegio non potevano colmare. Allo stesso modo, la “mutilazione del cognome” – quel passaggio da “Matteo Giammanco Garrone” a “Matteo Giammanco” emerso durante gli esami di maturità – diventa il simbolo tangibile di una frattura, di un segreto di famiglia che spezza le radici e impone una ricerca. Per me il simbolo è lo strumento letterario più potente per far sì che il lettore non si limiti a leggere un fatto, ma lo viva fisicamente ed emotivamente sulla propria pelle.
Quando il silenzio smette di essere una difesa e diventa una prigione?
Il silenzio ha una duplice natura che attraversa tutto il romanzo. All’inizio, nell’infanzia, nasce come un meccanismo di autodifesa primordiale e quasi d’istinto. Per un bambino solo, fragile e privo di punti di riferimento, che non possiede neppure gli strumenti cognitivi per decifrare appieno, tacere è l’unico guscio protettivo possibile di fronte a dinamiche d’abuso e di potere. I piccoli ospiti dell’istituto subiscono o assistono nel silenzio perché si convincono che quella sia la norma, o perché la paura di non essere creduti – o peggio, di essere puniti – sbarra loro la gola. Tuttavia, il confine tra protezione e reclusione è sottilissimo. Il silenzio smette di essere uno scudo e diventa una vera e propria prigione nell’istante in cui si cresce e si continua a custodire la menzogna o il trauma al proprio interno. A quel punto, il silenzio comincia a divorare l’anima: si somatizza, si trasforma in disturbi psicologici, in incubi, in enuresi, o si manifesta nell’impossibilità di costruire relazioni autentiche con gli altri. Diventa una cella di isolamento che impedisce di conoscere se stessi. Per Matteo, le sbarre di questa prigione si spezzano solo quando decide di rompere l’omertà interiore: prima affrontando il padre per esigere la verità sulle proprie origini, e poi incanalando il dolore nella ricerca attiva della madre naturale. In quel momento preciso si comprende che la parola e la conoscenza sono le uniche vere chiavi dell’emancipazione e della libertà.
Domanda forse banale, forse difficilissima: cos’è per te la violenza?
Se guardo a questa storia, la violenza rivela un volto sfaccettato e complesso, che va ben oltre la pura brutale aggressione fisica o sessuale, pur presente e devastante. Per me la violenza è, nella sua essenza più profonda, ogni forma di prepotenza e di prevaricazione esercitata su chi non ha difese. È violenza la perversione di chi sfrutta un ruolo di sacralità, di autorità educativa o di guida spirituale per tradire la fiducia di un bambino e abusare della sua innocenza, come accade tra le mura di quel collegio. Ma esiste una violenza altrettanto feroce che non lascia lividi visibili sulla pelle: è la violenza dell’abbandono, del rifiuto materno, dell’indifferenza di una madre che non sa e non vuole amare, della stigmatizzazione sociale verso l’omosessuale, l’esclusione dello straniero e dell’inganno continuato che priva una persona della verità sulla propria vita. È violenza anche la sottrazione dell’identità, il far credere a un individuo di essere qualcun altro, il trattarlo come una presenza subita o un errore da nascondere. In sintesi, considero violenza qualsiasi gesto, parola o omissione che tenti di annullare la dignità di un essere umano, privandolo della consapevolezza di chi è e del diritto di essere amato per ciò che è realmente.
In questo tempo moderno, la violenza viene normalizzata, quasi spettacolarizzata… non trovi?
Sì, trovo che questo sia uno dei mali più grandi del nostro presente, ed è un tema su cui rifletto spesso. Viviamo in una società satura di immagini e resoconti in cui la sofferenza altrui viene costantemente esibita, vivisezionata dai media, consumata in pochi secondi sullo schermo di uno smartphone e subito archiviata per fare posto alla notizia successiva. Questa sovrabbondanza di dolore esposto ha finito per anestetizzare la nostra empatia, trasformando la tragedia umana in merce di intrattenimento o in mero dibattito da talk show. Basta pensare all’indifferenza di tanti nei confronti delle centinaia di morti del mediterraneo e delle migliaia di vittime delle numerose guerre che si stanno consumando in tante, troppe parti del mondo. La vicenda di Matteo ci mostra invece un’altra verità: la violenza più profonda e sistemica non si consuma quasi mai sotto i riflettori, ma cresce nell’ombra, protetta dall’ipocrisia sociale, dall’omertà e dal senso di vergogna inoculato nelle vittime. Ecco perché la letteratura ha oggi una responsabilità enorme e controtendenza. Scrivere di violenza non deve mai significare indulgere nello scalpore o cercare il compiacimento del lettore. La letteratura non deve mostrare la ferita per fare spettacolo, ma deve calarsi nel buio con delicatezza e rigore per portare luce, per restituire voce a chi è stato messo a tacere e per trasformare il racconto del dolore in un atto profondo di testimonianza, di riscatto e di memoria collettiva. Solo così si restituisce al dolore altrui il rispetto sacro che merita.


