Il confine più importante attraversato da Danilo Micheli non compare sulle carte geografiche. È quello che separa l’appartenenza dalla libertà, la stabilità dal movimento, la sicurezza dalla curiosità. “Contro il vento, contro il tempo” nasce precisamente su questa linea e la percorre per centinaia di pagine, trasformando il diario di viaggio in una sorta di autobiografia dell’inquietudine. La geografia è sterminata. Capo Nord, l’Isola di Wight, America, Canada, Polinesia, Australia, Brasile, Cambogia, India, Caucaso, Kirghizistan, Andalusia, Iran. Ma l’elenco conta relativamente. Micheli non sembra realmente interessato alla destinazione: ciò che cerca è quello spazio intermedio nel quale l’individuo, sottratto alle proprie abitudini, è costretto a ridefinirsi.

L’autostop diventa allora quasi una filosofia. Significa dipendere dall’imprevisto, accettare l’attesa, affidarsi agli sconosciuti. Nel viaggio verso Capo Nord del 1969 bastano una strada, un sacco a pelo, lunghissime ore senza passaggi e una luce che non lascia mai posto alla notte per trasformare il paesaggio in esperienza interiore. Allo stesso modo, alle Tonga, l’incontro con una società lontanissima dall’Occidente porta Micheli a interrogarsi non soltanto sulle differenze culturali ma sulla possibilità stessa di vivere fuori dai modelli che conosce. La scrittura segue questa irrequietezza. È spontanea, talvolta aspra, spesso digressiva. Micheli passa dalla memoria personale alla critica sociale, dall’osservazione antropologica all’ecologia, dal racconto all’invettiva. Non cerca una prosa levigata: conserva invece la voce di chi sembra raccontare davanti a una carta geografica, lasciando che un luogo ne evochi immediatamente un altro. Un piccolo tracciato di vita… definitivamente privo di scatole, etichette, appartenenze. Che in fondo siamo figli del tutto…


