Il debito pubblico torna a imporsi come una delle maggiori fragilità dell’economia mondiale. Per anni l’attenzione si è concentrata sugli Stati Uniti, dove deficit elevati e spesa federale in aumento hanno alimentato dubbi sulla sostenibilità dei conti. Ma la crisi di fiducia nel mercato obbligazionario non ha più un solo epicentro. Dall’Europa all’Asia, numerosi Paesi presentano vulnerabilità persino più difficili da gestire di quelle americane.Il nodo centrale è il costo del denaro. Quando i rendimenti dei titoli di Stato salgono, i governi devono spendere di più per rifinanziare il debito in scadenza. Risorse che potrebbero essere destinate a sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture o riduzione delle imposte vengono assorbite dagli interessi. Secondo l’Ocse, nel 2026 l’emissione di debito sovrano nei Paesi membri potrebbe raggiungere il record di 18 mila miliardi di dollari. Non è dunque un allarme teorico, ma una pressione che inciderà sulle scelte politiche.Gli Stati Uniti restano osservati speciali, ma conservano vantaggi decisivi: il dollaro è la maggiore valuta di riserva, il mercato dei Treasury è vasto e liquido e Washington può contare su una domanda internazionale robusta. Altri Paesi dispongono di margini più ristretti. Il Giappone convive con un debito enorme e con una popolazione sempre più anziana; finora la forte presenza di investitori domestici ha garantito stabilità, ma il graduale ritorno a tassi più elevati rende più costoso mantenere questo equilibrio.In Europa, Francia e Italia rappresentano due casi delicati. Parigi deve conciliare una spesa pubblica molto alta con la necessità di ridurre il disavanzo, in un quadro politico che rende difficili riforme e tagli. Roma porta sulle spalle uno dei rapporti tra debito e prodotto interno lordo più elevati dell’Unione. L’Italia può contare su un notevole risparmio privato, su scadenze relativamente distribuite e sulla protezione offerta dall’euro, ma rimane esposta a ogni rallentamento della crescita e a ogni aumento prolungato dei rendimenti. Anche il Regno Unito deve affrontare costi di finanziamento elevati e limitati spazi di bilancio.In Asia, la Cina presenta un problema diverso. Il debito ufficiale dello Stato non racconta l’intera storia: pesano le passività degli enti locali, le società finanziarie collegate ai territori e la lunga crisi immobiliare. Una parte del rischio resta nascosta in strutture poco trasparenti e potrebbe ricadere sul bilancio pubblico. Nei Paesi emergenti il pericolo aumenta quando il debito è denominato in dollari: il rafforzamento della valuta americana rende più onerosi interessi e rimborsi, mentre la fuga dei capitali può aggravare rapidamente la situazione.

Non siamo necessariamente alla vigilia di una nuova crisi globale, ma il messaggio dei mercati è netto. L’epoca del denaro quasi gratuito è terminata e il debito non può più essere trattato come una variabile senza conseguenze. La vera discriminante non è soltanto quanto un Paese deve, ma a chi deve restituire il denaro, in quale valuta, con quali scadenze e soprattutto con quale capacità di crescita.Per l’Italia la lezione è urgente: servono conti credibili, investimenti produttivi e una strategia capace di trasformare il debito da zavorra in leva di sviluppo. Rinviare ancora significherebbe lasciare alle prossime generazioni non solo il conto del passato, ma anche un futuro con meno libertà di scelta.

Michel Emi Maritato

Giornalista, esperto in questioni Medio Orientali, corrispondente Gerolosomitano, psicologia giuridica e criminalità organizzata.

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Di Michel Emi Maritato

Giornalista, esperto in questioni Medio Orientali, corrispondente Gerolosomitano, psicologia giuridica e criminalità organizzata.