Intervista a Gary Husband

Intervista a Gary Husband, leggendario batterista e pianista inglese che ha suonato con artisti del calibro di Allan Holdsworth, John McLaughlin, Level 42, Robben Ford, Billy Cobham e molti altri.

Il suo stile è davvero originale, a volte soft, a volte più duro, ha un senso del ritmo davvero unico.

Lo abbiamo incontrato a Teramo in occasione del Moonjune Festival, dove ha tenuto prima un breve set da solo e poi si è esibito insieme ai Soft Machine, band di Canterbury che ha fatto la storia del Rock Progressivo inglese.

Intervista a Gary Husband  

Stasera ti esibirai con i Soft Machine, uno dei nomi più influenti del progressive rock e del jazz fusion. Cosa significa per te essere sul palco con una band così leggendaria e cosa pensi che rappresenti nel panorama musicale odierno?

“Cosa rappresentano loro per me? Un lungo percorso attraverso differenti lineup. Si sono trasformati, cresciuti in molti modi tenendo vivo il loro periodo storico con composizioni nuove. Penso siano sbalorditivi per qualcosa di così che arriva dal loro passato ma anche perché guardano al futuro”.

Nel corso della tua carriera hai lavorato come batterista e tastierista con una straordinaria varietà di artisti. In che modo queste esperienze hanno plasmato il tuo approccio alla musica dei Soft Machine?

“Tendo a guardare ciascuno di loro in modo differente. Ho passato diciassette anni con John McLaughin, quasi trentaquattro con Allan Holdsworth. Sono mondi molto differenti, pianeti diversi nel modo di approcciarsi alla musica e alla composizione. Parliamo di personaggi di spicco  nell’ambito musicale. Io assumo sempre lo stesso atteggiamento, perché cerco ogni volta di fare del mio meglio. Ovviamente quando lavori con gente di questa importanza è sempre un onore. Con alcuni musicisti, in particolare con Allan Holdsworth, c’era una particolare vicinanza sin dall’inizio: questo ha aperto la strada ai decenni successivi, siamo cambiati, cresciuti ma sempre andati avanti insieme, è stato davvero fantastico da questo punto di visto.

Penso che arrivare ai Soft Machine sia stato frutto della lunga esperienza fatta con musicisti di questo calibro. Si diventa come fratelli, ci si capisce meglio e ci si avvicina sempre di più: è meraviglioso. Non c’è niente che possa sostituire il suonare per qualcuno per molto tempo”.    

Molti fan ti ricordano anche per gli anni trascorsi con i Level 42. Ripensandoci, cosa ti ha insegnato quel periodo della tua carriera, sia musicalmente che personalmente?

“Ho fatto tutto come ho spiegato prima per gli altri artisti con i quali ho collaborato, con l’eccezione di aver fatto un cambiamento molto grande per me perché non sono un grande batterista funky / pop. Sono riuscito ad adattarmi a tutto e mi sono tuffato in questo mondo cercando di dare il massimo nei Level 42 come musicista in un  universo che non è propriamente. Ho scritto anche un po’ con la band, è stato un periodo straordinariamente creativo trascorso con persone veramente stupende!”

Il tuo modo di suonare è ammirato non solo per la sua brillantezza tecnica, ma anche per la sua musicalità. Come riesci a bilanciare tecnica ed emozione quando ti esibisci dal vivo?

“Non penso affatto alla tecnica. È l’ultima cosa a cui pensare. La tecnica per me è un mezzo per trasmettere in modo più conciso, vicino e denso di significato i  sentimenti animali nella musica. Ed è per questo che in particolare l’improvvisazione è diversa di serata in serata: ti permette di fare cose sempre diverse. Il miglior tipo di tecnica è l’essere capace di trasmettere ciò che voglio”.

I Soft Machine sono sempre stati associati alla creatività e all’esplorazione musicale. Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nelle vostre esibizioni dal vivo oggi e come si confronta con i primi anni della band?

“Ho ascoltato molti anni fa le incisioni con Daevid Allen, Robert Wyatt e tutti questi grandi artisti, persone che sono state responsabili della concezione dei Soft Machine. È una storia affascinante da tracciare attraverso tutti gli album, per vedere come sono cambiati, cresciuti ed è stimolante anche dal punto di vista dei musicisti che vi hanno preso parte essersi confrontati suonando questa eredità musicale. Stasera ad esempio suonerò il piano in alcuni brani: è fondamentalmente la stessa attitudine che ho anche con altri, ovvero farlo in modo appropriato in modo da regalare emozioni alla gente. Se riesci a fare ispirando chi ti viene ad ascoltare, allora hai vissuto una vita che vale davvero la pena di essere vissuta”.

Hai condiviso il palco e lo studio di registrazione con alcuni dei più grandi musicisti del mondo. C’è una collaborazione che ha avuto un impatto particolarmente profondo su di te come artista, e perché?

“No! Sono tutti differenti. Se inizio a pensare a ciò intendendo l’intero processo come un percorso di crescita e di apprendimento che non si ferma veramente mai, si viaggia sempre e lo si fa sempre in una direzione positiva. Tutti mi hanno dato un’opportunità per ampliare i miei orizzonti, per pormi nuove sfide, raggiungere nuovi traguardi e nella speranza di dare un contributo innovativo alla musica. Devi certamente fare adattamenti, cambiamenti nel modo in cui suoni per assecondare il tuo stile esecutivo. Ovviamente non suonerò come con Allan Holdsworth o con i Level 42 o con John McLaughin. È una questione su come ti applichi a riguardo e sul processo di apprendimento che ne deriva.

La musica ci ha dato tanto e non si finisce mai di imparare: dico sempre che non si apprende solo dai buoni musicisti ma anche da quelli scadenti. Se per esempio suono con un bassista scarso e il tempo non è giusto ed è instabile, questo mi aiuta a diventare un batterista più completo perché devo compensare. Situazioni come questa insegnano ad affrontare e a trattare in modi diversi la musica al momento: non puoi sperimentare nella tua cameretta, ma quando invece si suona insieme. Cerco di aiutare musicisti più giovani dicendo di trovare eccellenti musicisti: solo tu e loro o solo tu e il basso e farlo insieme. Cercate di trovare grandi connessioni e presupposti per collaborare. Le cose meravigliose accadono così!”.  

Il pubblico italiano ha sempre dimostrato un profondo apprezzamento per il progressive rock e il jazz fusion. Com’è stato il tuo rapporto con l’Italia nel corso degli anni e cosa ti aspetti dal concerto di stasera a Teramo?

“Il pubblico è molto differente dal solito o forse è uguale ma più vecchio, non lo so, ma ci sono anche persone più giovani che sono curiose. Questo mi soddisfa molto! È un percorso in costante evoluzione e trasformazione oggi: una bella sensazione!”.

Puoi parlarci dell’album “Postcards from the past”, pubblicato l’anno scorso?

“È  nato principalmente dai traslochi. In molte scatole, armadi e spazi di archiviazione ho iniziato a trovare vecchi nastri e cassette e tutti i tipi di ricordi connessi con essi dal mio passato e molti di questi, incluso per esempio il primo demo in assoluto che feci con Allan Holdsworth nel 1979 prima dell’album ‘I.O.U’. C’è anche una outtake dallo stesso disco, mai realizzata prima”.

Ma sono registrazioni originali dell’epoca?

“Sì, qualche volta però devi andare incontro ai necessari miglioramenti sonori per rendere le cose presentabili su un album. Conosco ingegneri con apparecchiature incredibili che lo fanno molto bene. Abbiamo potuto quindi rivedere queste vecchie registrazioni e renderle il più accettabili possibile a livello sonoro. È stata anche una chance per metterle tutte in un solo album e far sì che suonassero come un film. Sono molto eccitato da come suonano questi ascolti di materiale che era nei miei archivi: sono la testimonianza di molti miei ricordi, è un album molto personale”.  

Guardando al futuro, ci sono progetti, registrazioni o collaborazioni in arrivo che ti entusiasmano particolarmente e che puoi condividere con i tuoi fan?

“Ho suonato recentemente con Robben Ford, partecipando a tre tracce del suo ultimo album, ‘Two Shades of Blue’. Quest’anno inoltre c’è un altro capitolo speciale del mio percorso artistico perché ho un nuovo gruppo, chiamato The Orbital Band. Adesso abbiamo Matthew Garrison da New York al basso (figlio di Jimmy del John Coltrane Quartet) e Philip Jacobson. Il primo ha un forte legame con il ruolo e lo sviluppo del basso: è sbalorditivo ed è anche un songwriter. Per questo siamo molto eccitati. Rocco Zifarelli suona invece la chitarra: è nato a Bari ma vive a Roma, è un grande chitarrista, lo vedrete stanotte. Abbiamo infine un tastierista inglese Tom Calley che è anche un ottimo pianista. Suonando il suo stesso strumento, per me è molto importante. È un ottimo pianista, ma suona anche un sintetizzatore dando un taglio molto interessante”.

In questa band quindi suoni solo la batteria?

“Sì. È la prima volta che guido una band dalla batteria in diciassette anni. È per me pertanto un periodo molto speciale. Registreremo del materiale fra agosto e settembre e faremo dei concerti (non tanti) a novembre. È tutto  molto eccitante”.

La foto nell’articolo “Intervista a Gary Husband” è di Marco Vittoria © ed è stata scattata il 24 luglio 2026 a Teramo durante il Moonjune Festival

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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