
Non tutti i lettori troveranno immediato «Il tetto dell’anima» di Sergio Attilio Lui (BookSprint Edizioni, 2026). Non perché sia difficile, è scritto in modo accessibile e scorrevole, ma perché chiede qualcosa: chiede di stare dentro un dolore altrui senza la mediazione del romanzo, senza la distanza comoda della fiction. Lui è un veronese di settantadue anni al suo primo libro, e sceglie di raccontare il 1988 come lo ricorda: con la precisione dei dettagli che bruciano ancora. L’incidente d’auto del 9 febbraio, la convalescenza, la nascita del figlio Enrico con un grave difetto cardiaco congenito, i mesi di terapia intensiva neonatale. Ma il cuore del libro è altrove: è nel tentativo, ostinato e mai del tutto risolto, di dare un senso a quello che accade. Lui non è credente nel senso convenzionale, eppure quella notte davanti al vetro della rianimazione scrive di un Dio che sente come «una Sostanza, una Materia Infinita che noi non possiamo capire e che, comunque, fa parte di noi.» È la parte più originale del libro: quella ricerca spirituale che non trova risposte definitive ma non smette di cercare. Ricorda, per certi versi, la tensione laica e interrogante di certa saggistica di Corrado Augias, quella capacità di trattare la fede come domanda aperta piuttosto che come risposta acquisita. Chi si aspetta un libro consolatorio resterà spiazzato. Chi invece è disposto a restare dentro le domande senza pretendere risposte, troverà qui qualcosa di raro.


