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di Daniela Cerino

Dal  libro di Romolo Staccioli, “Elezioni a Roma”, Newton, è interessante notare le etimologie delle parole ‘ambizione’ e punteggio’ e alcuni aneddoti sullo svolgersi della campagna elettorale nell’antica Roma, ancora una volta dovremmo trarne esempio.

Etimologia di Ambizione

Alla propaganda elettorale a Roma ci si dedicava molto tempo prima delle elezioni, con una «campagna», chiamata ambitus (dal verbo ambire, «andare intorno», «girare» e anche «sollecitare» e «brigare»; dondeambitio, per indicare l’azione in corso, e, naturalmente, i nostri ambizione, ambire, ambizioso, ecc.), per significare che si trattava di un vero e proprio percorso o «giro» elettorale, volto alla sollecitazione diretta dei cittadini.Etimologia di Punteggio

Il voto a Roma fu per lungo tempo espresso oralmente e dunque in forma palese. Gli elettori, sulla scorta di appositi registri, venivano chiamati per nome, in ordine alfabetico, e sfilavano via via davanti a un funzionario(rogator) che ripeteva loro, singolarmente, la domanda già posta dal presidente all’intera assemblea. Il rogator prendeva nota delle risposte su un’apposita tabula dove erano scritti i nomi dei candidati: ad ogni risposta, segnava un punto (punctum) accanto al nome indicato; poi alla fine del voto di ogni gruppo, procedeva al conteggio dei «punti» e, tirate le somme, le comunicava al presidente (dall’uso di segnare — e di contare — i «punti», sono derivate le parole e le espressioni delle quali ancora ci serviamo: punto, punteggio, segnapunti, fare punti, ecc.).

 La propaganda elettorale a Roma attraverso le scritte sui muri

Col tempo, alla propaganda fatta in proprio dai candidati, cominciò ad affiancarsi, fino poi a sostituirla, quella condotta per loro conto dai rispettivi sostenitori, da soli o riuniti in gruppi di pressione e in «comitati elettorali». Di pari passo, alla propaganda orale s’andò sempre più accompagnando quella scritta, con l’impiego di «manifesti» o «annunci» (programmata) dipinti sui muri. C’erano per tale incombenza i «professionisti del pennello» (scriptores) che in tempi «normali» provvedevano all’esecuzione di avvisi d’ogni genere (da quelli per gli spettacoli a quelli per le vendite o le locazioni di immobili) e nel periodo della campagna elettorale e fino al giorno delle votazioni concentravano la loro attività al servizio dei candidati o dei loro comitati di sostegno. Molti lavoravano da soli, altri coadiuvati da piccole squadre delle quali potevano far parte un imbianchino (o dealbator) , che stendeva il velo di calce sulla parete prescelta, un «portascala» (scalanus), che portava e poi reggeva la scala sulla quale lo scriptor saliva per eseguire «manifesto» fuori della portata di eventuali sabotatori, il «lanternaio» (lanternarius), che doveva far luce con una lanterna issata su una lunga pertica, dato che il lavoro si svolgeva, com’è naturale, preferibilmente di notte, e un generico «assistente» (adstans) che poteva essere addetto al trasporto di secchi e pennelli e ad incombenze sussidiarie, compresa quella di far da «palo» contro possibili avversari, concorrenti e malintenzionati in genere.

La relativa facilità con cui il lavoro poteva essere svolto faceva sì che per la campagna elettorale si formassero anche squadre ausiliarie di «scrittori» improvvisati e volontari. Non risulta che ci fosse alcun luogo o spazio espressamente predisposto dalle autorità per scrivere i «manifesti»; è facile pertanto immaginare che ogni muro della città poteva diventare preda degli scriptores. E pure ovvio che i «manifesti» dovevano addensarsi lungo le vie più importanti e nei luoghi più frequentati, senza troppo rispetto per monumenti ed edifici pubblici, mostre e insegne di botteghe, edicole e immagini sacre, e coinvolgendo anche le tombe che, allineate lungo le vie suburbane, mostravano le loro facciate a chiunque usciva o entrava attraverso le porte della città. E per questo che in certe epigrafi funerarie il rispetto dei luoghi consacrati alla morte era espressamente richiesto, con preghiere e lusinghe oppure con minacce e maledizioni: «Tu che scrivi sui muri, ti prego, passa oltre questo monumento; il candidato il cui nome sarà qui scritto, faccia fiasco e non sia mai più eletto ad alcuna carica»; oppure, al contrario:

«Possa il tuo candidato essere eletto… e sii tu felice, o scrittore, se qui non scriverai».

Purtroppo nemmeno una traccia di «manifesti» elettorali è rimasta a Roma: troppo facilmente deperibili essi erano. E, soprattutto, per troppi secoli — durante tutta l’età imperiale — non essendo stati più eseguiti, una volta venuta meno ogni necessità di farli. Di «manifesti» elettorali invece se ne sono trovati circa 1500, variamente conservati (e molti, malauguratamente, «svaniti» dopo la scoperta) a Pompei, dove l’eruzione del Vesuvio pose un drammatico e repentino suggello alla vita quotidiana in pieno svolgimento. Anche in questo caso — come sempre nella sfortunata città — si tratta perciò di una documentazione di prima mano, unica e irripetibile, che può valere anche per Roma, nonostante quelle pompeiane fossero elezioni «municipali», con le quali si procedeva alla nomina dei magistrati locali.

In fondo, erano nate come locali anche le magistrature romane e fondamentalmente tali esse erano rimaste, anche se le loro competenze s’erano via via estese ad abbracciare territori e ambiti sempre più vasti.

Raccomandazioni e inviti perentori, sempre di tipo collettivo, venivano del resto espressi sui muri dagli ambienti più vari: quelli religiosi, presso i quali si faceva volentieri ricorso agli interventi divini («così la santissima Venere pompeiana vi sarà propizia»); quelli dello spettacolo, dove agivano, di volta in volta, gli attori con le loro compagnie, gli spettatori abituali e le «maschere» addette all’assegnazione dei posti («Sabino, la maschera, lo sostiene con l’applauso»). Né mancavano i «manifesti» dei maestri di scuola con gli allievi, dei giocatori di «scacchi», dei beoni nottambuli e perfino degli schiavi fuggitivi (anche se in questi ultimi casi è possibile pensare che si trattasse piuttosto di contropropaganda).

Si potrebbe ancora dire dei «manifesti» nei quali la fervida inventiva degli addetti alla propaganda faceva ricorso alla vena poetica, magari parafrasando versi di celebri poeti («Gaio Cuspio come edile. Se a chi vive onestamente si deve dar gloria, a questo giovane gloria dev’essere data», in cui è possibile cogliere l’eco di un verso di Catullo).

Ma è pure interessante — e divertente — osservare come in qualche caso ci siano perfino accenni o allusioni al modo di lavorare degli scriptores. Alcune singolari scritte «estemporanee», infatti, che compaiono in calce a qualche «manifesto» — a parte le frasi del tipo «Marcello ama Prenestina, ma quella non lo vede per niente», oppure «Invidioso che cancelli, che ti colga un male» — danno modo di ricostruire momenti e circostanze del tutto particolari e «scenette» di sapore assai gustoso. Così, una frase come «Lanternaio, reggi la scala», non può non far pensare che la persona incaricata della dettatura del testo alloscriptor arrampicato sulla scala, accortasi a un certo punto che la scala minacciava di cadere, deve aver invitato il compagno con la lanterna che malamente la reggeva, forse insonnolito, a tenerla ben ferma, con un’espressione che lo scriptor, distratto, riportò meccanicamente sul muro avendola udita dalla voce di colui che era sul posto proprio per dettargli quello che doveva scrivere. Più o meno lo stesso si deve dedurre leggendo, altra volta, la parola, del tutto inattesa, «scendi»: un invito rivolto allo scriptor dal suo aiutante impaziente e magari stanco di reggere scala e lanterna, che lo stesso scriptor, anche in questo caso distratto o sovrappensiero, pensò bene di dover scrivere pari pari sul muro. La frase invece, «Oste Seio, hai fatto bene a prestarmi una sedia», non può che essere interpretata come un ringraziamento (quasi un attestato di benemerenza) che lo scriptor volle pubblicamente lasciare all’oste del locale vicino che gli aveva offerto il modo di scrivere più in alto.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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