“L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo” di Teodosio D’Apolito è uno di quei progetti letterari che non lasciano indifferenti. Non cerca una forma unica, non si adatta a una categoria precisa, e proprio per questo può risultare affascinante per alcuni e meno convincente per altri. Da una parte c’è un lavoro evidente di studio. Il riferimento continuo ai testi latini, la presenza di citazioni dirette, la ricostruzione culturale del rapporto tra vino e società romana sono elementi solidi, ben costruiti e coerenti con quanto dichiarato anche nel comunicato stampa, che parla di un “viaggio semiserio ma documentatissimo” . Dall’altra, però, il libro sceglie una strada precisa: quella della contaminazione. E non sempre questa scelta trova un equilibrio perfetto. Ci sono momenti in cui la scrittura è brillante, quasi teatrale, capace di restituire immagini vive e riconoscibili. Altri in cui il tono si fa più didascalico, più vicino al saggio tradizionale. Questa oscillazione è probabilmente voluta, ma può risultare divisiva. Chi cerca un testo lineare potrebbe percepirla come una mancanza di continuità, mentre chi ama le forme ibride troverà proprio qui il valore del libro. Il punto più interessante resta comunque la visione di fondo. D’Apolito insiste su un’idea chiara: il vino come strumento di interpretazione dell’uomo. E quando scrive che “la civiltà si misura da come un popolo sa raccontare ciò che beve”, si capisce che il discorso va ben oltre l’enologia . Ci sono passaggi che funzionano molto bene, soprattutto quando il testo si lascia andare a una scrittura più libera, meno controllata. È lì che emerge davvero la voce dell’autore, ed è lì che il libro trova la sua autenticità. Allo stesso tempo, resta una sensazione interessante: quella di un progetto che a tratti sembra voler essere più cose insieme. Non è un limite netto, ma una caratteristica che può essere letta in due modi. Alla fine, ciò che rimane non è tanto una risposta, quanto una posizione. Questo libro non si limita a raccontare il vino, ma propone un modo di guardarlo. E, indirettamente, di guardarsi.

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Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.