Il suono diviene manifesto e testimone di un futuro che arriva… sta arrivando. Eppure c’è tanto classicismo ancora. “A testa alta” significa anche tanto altro: partenza raccolta, pianoforte in primo piano, chitarra elettrica sobria, progressiva crescita dinamica e approdo a un finale più acceso, con l’assolo di chitarra a chiudere il disegno della power ballad. D’Istinti e D’Istanti lavorano dunque su una forma riconoscibile, quasi classica, e proprio per questo il brano si gioca tutto sulla capacità di dare un’identità personale a una struttura già sedimentata.

Voce alle macchine: inquieta quella di AleVelA che porta il racconto nelle strofe, mentre Letícia Pacheco entra nel ritornello con un registro più calmo, quasi fosse una coscienza esterna che ricorda al protagonista la forza accumulata nel tempo. Il contrasto è efficace e dà al pezzo una dinamica narrativa, oltre che timbrica. Avrei forse cercato qualche deviazione in più nell’arrangiamento, un punto di rottura capace di rendere meno lineare il crescendo. Ma “A testa alta” non sembra interessata alla sorpresa fine a se stessa: preferisce la progressione, la chiarezza, il messaggio. E dentro questa scelta coerente riesce a tenere insieme soft rock, pop melodico e una riflessione molto attuale sul confine fra voce, identità e tecnologia. Il risultato non reinventa alcun tipo di linguaggio… non è quello che dobbiamo attenderci. Ma spostiamo il centro: la novità non è tanto nella forma quanto nel soggetto vocale che la abita, sospeso fra persona e simulazione.


