Rossella Tudisco ci accompagna in un racconto autobiografico che sfida i modelli familiari consueti e dà voce a chi spesso resta ai margini. Una testimonianza che unisce vulnerabilità e forza, mettendo in discussione il concetto stesso di appartenenza e sollecitando un dialogo necessario sul riconoscimento dei ruoli.

Il libro nasce da una domanda intensa fatta da una giovane ragazza: “Perché non scrivi un libro su di te?”. Quanto ha pesato quel momento nella decisione di mettersi davvero a scrivere?

È stato un evento decisivo, del tutto inatteso e al tempo stesso profondamente gratificante; una domanda del genere rivela molto sulla persona che la pone e sulle ragioni che la motivano. Anche se inizialmente mi sono sentita un po’ a disagio, ho subito intuito che non si trattava di un caso: quelle parole, pronunciate proprio da lei, rappresentavano l’inizio di qualcosa di significativo. È stato il momento di svolta per Noi e la nostra storia familiare.

Nel raccontare la complessità dei ruoli familiari, lei riesce a dare voce anche a chi solitamente non l’ha: quanto è stato liberatorio poter scrivere da questa prospettiva?

Ho sentito profondamente la necessità di liberarmi dai silenzi e dalle cose non dette; proprio per questo, partendo dal mio stesso bisogno, ho vissuto questa opportunità con serietà e consapevolezza. Credo fermamente che, se desideri ottenere rispetto, devi essere il primo a offrirlo.

La scelta di non dare nomi ai protagonisti è molto significativa. È un espediente narrativo o una tutela emotiva per lasciare spazio ai ruoli più che alle persone?

Era l’unico modo per far capire davvero quanto sia complicato non avere un ruolo ben definito agli occhi degli altri. Per diciassette anni mi sono ritrovata a dover spiegare chi fossi, spesso in modo confuso, con frasi lunghe e anche un po’ imbarazzanti. Alcuni lettori mi hanno fatto notare che a volte ho usato troppi termini per descrivere i ruoli, ma era proprio quello il punto: volevo evidenziare questa difficoltà. In fondo, so bene cosa vuol dire sentirsi fuori posto, e usare questo espediente mi sembrava il modo più diretto per metterlo in evidenza.

C’è un capitolo del libro che l’ha messa particolarmente alla prova durante la stesura, e cosa rappresenta oggi per lei quella parte?

Sì, mi ha messa particolarmente alla prova, affrontare il delicato tema dei ruoli dei genitori. Scrivere questa parte è stato complesso perché desideravo trattare il tema con il massimo rispetto, senza urtare la sensibilità di nessuno. Allo stesso tempo, sentivo la responsabilità di lanciare un messaggio di apertura: proporre l’idea di accettare e integrare nuovi membri nella famiglia, superando le barriere e i pregiudizi che spesso ci frenano. Oggi, quella sezione del libro rappresenta per me un punto di svolta: è il simbolo di una consapevolezza acquisita, della capacità di affrontare le difficoltà con sincerità e di promuovere un dialogo autentico sulle dinamiche familiari.

Guardando al suo percorso, pensa che continuerà a scrivere storie che affondano nella realtà o potrebbe in futuro esplorare anche altri generi?

Per ora mi sento profondamente legata al racconto di esperienze autentiche, perché credo che solo dalla realtà possano nascere storie capaci di toccare davvero il cuore delle persone. Questo non esclude che, col tempo, la mia curiosità possa spingermi a esplorare generi diversi, magari contaminando la narrazione con elementi nuovi, ma sempre con il desiderio di mantenere uno sguardo sincero e rispettoso verso ciò che racconto.

Il romanzo è un invito a guardare oltre le convenzioni. Qual è il cambiamento sociale che spera possa nascere da libri come il suo?

Nel caso specifico dell’indefinita convivenza, mi auguro che si possa finalmente ottenere il riconoscimento di ruoli socialmente definiti, aprendo un dibattito sincero sulle famiglie allargate e promuovendo la creazione di spazi di incontro e confronto tra le persone coinvolte. Solo così sarà possibile costruire una comunicazione capace di sanare vecchie e obsolete convinzioni.

Aggiungo che il mio desiderio più profondo è che storie come la mia contribuiscano a rendere la società più inclusiva e consapevole delle molteplici forme che può assumere una famiglia. Credo che dare voce a esperienze spesso invisibili possa aiutare a superare stereotipi e pregiudizi, favorendo una cultura del rispetto e della comprensione reciproca.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterFacebookGoogle Plus

Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.