ATTUALITÀ & CRONACA

in questa foto, l’avv. Jenny Giovannelli (amministratore di sostegno) e il Luogotenente Rapone Costantino in pensione davanti al tribunale di Velletri

Esiste un sistema che s’illude di proteggere e invece sradica. Lo riconosci dal linguaggio: “presa in carico”, “percorso di inserimento”, “RSA” (Residenza Sanitaria Assistita). Parole lisce come il marmo che, se non vigilate, scivolano fino a diventare una condanna al silenzio.
In questa trama un uomo, Rapone Costantino, classe 1949, difeso dall’avv. Carlo Affinito, ha detto no.
E il giudice tutelare di Velletri, dott. Maurizio Colangelo, con sobria fermezza, ha rimesso in fila le priorità: dignità, autodeterminazione, legalità. Il resto — carte, moduli, premure burocratiche — può attendere.

Il fatto.
Il 3 luglio scorso personale sanitario del CAD–ASL (Centro di Assistenza Domiciliare della Azienda Sanitaria Locale), su sollecitazione di alcuni parenti di Costantino, si presenta a casa dell’anziano per una visita domiciliare, senza nessuna preventiva informazione all’amministratore di sostegno nominato dal Tribunale di Velletri, avv. Jenny Giovannelli.
Sottopongono a Rapone Costantino, 76 anni, un modulo per l’inserimento in struttura residenziale, già pronto a farsi pista di decollo; l’uomo, confuso per la somministrazione di compresse di Quetiapina da 50 mg, forse vi appone la firma, rassicurato che si trattasse di un “ricovero temporaneo”. In udienza Rapone ricostruisce l’episodio e ne conferma la data: «hanno tentato di introdurmi in una RSA», ribadendo che l’amministratore non era stato avvertito.

C’è un particolare che brucia come alcol su una ferita: la firma apposta sul modulo d’inserimento. Il giudice la mostra; è difforme dalle altre, e nondimeno l’interessato la riconosce come propria. Qui si apre la zona grigia in cui spesso si consuma la libertà degli anziani: una firma non è una scelta se l’informazione è monca, se il contesto incalza, se un farmaco disorienta, se la catena delle garanzie – a cominciare dall’amministratore di sostegno – viene scavalcata. La tutela, per essere tale, dev’essere forma e sostanza; altrimenti si riduce a imposizione, a violenza privata.

Il 15 settembre, davanti al Giudice Tutelare del Tribunale di Velletri, dott. Maurizio Colangelo, si fa finalmente ordine.
Il magistrato prende atto degli atti depositati, compreso il certificato neurologico prodotto dall’amministratore di sostegno; poi ascolta, domanda, pretende precisione.
Rapone Costantino, Luogotenente della Aeronautica Militare in pensione, non è un uomo smarrito, è un vecchio lucido.
La mente di Rapone Costantino tiene il punto come un chiodo nel legno: orientato nello spazio e nel tempo, memoria che non fa acqua — autobiografica, semantica, episodica, perfino prospettica — e un’attenzione che non si lascia intimidire dal frastuono degli interessati ad altro.
Al test cognitivo, il giudizio è rotondo: MMSE 30/30. Tradotto: nessuna resa, nessuna nebbia.

Lo guardi camminare piano, col passo che struscia e il bastone che pare un metronomo, e rischi l’equivoco più comodo: scambiare la lentezza del corpo per cedimento della testa.
Errore.
Le abilità visuospaziali reggono, la concentrazione risponde all’appello.
L’autonomia nelle cose non nobili — mangiare, lavarsi, governarsi — è in gran parte salva (ADL 5/6), mentre nelle faccende complicate della modernità serve una spalla: acquisti, bucato, casa, soldi (IADL 4/8). È la normale aritmetica dell’età, non un verdetto d’interdizione.

Anche le immagini del cervello, quell’oracolo moderno, non gridano allarme: nulla di più che una modesta atrofia cortico-sottocorticale diffusa, la firma sobria degli anni che passano.
Nessuna tempesta elettrica, nessun segno che spieghi da solo la tentazione di spedirlo in panchina in una RSA. La diagnosi è una, netta: “quadro cognitivo nella norma per età e scolarità”. E allora la conclusione è elementare come un sillogismo: qui non si tratta di proteggere una mente che non c’è, ma di rispettare una mente che c’è ancora.
Questo è lo stato mentale di Rapone: una testa che ricorda, capisce, decide.
Se la burocrazia vuole confondere la lucidità con la comodità dei suoi moduli, è problema della burocrazia. Non dell’uomo.
Di fronte a tanta dignità, il Giudice Dott. Colangelo non proclama verità tonanti: compie il gesto più serio che un giudice possa compiere quando l’equilibrio è fragile: conferma “allo stato” l’amministratore di sostegno provvisorio avv. Jenny Giovannelli, per non creare “discontinuità nella procedura” e per tutelare “gli interessi economici del beneficiario”.
È un freno tirato nel punto giusto, il segnale che la persona viene prima dell’ingranaggio.

Non è poco. In un Paese che ha trasformato la parola “fragilità” nel pretesto per decidere al posto di chi è fragile, la decisione (sobria, motivata, prudente) del GT – il Giudice Tutelare – suona come uno spartito civile: niente scorciatoie, nessun ricovero “perché sì”, nessun automatismo sanitario che diventi esproprio di volontà.
La legge sull’amministrazione di sostegno esiste per restituire voce, non per toglierla; per costruire ponti, non recinti.

Al Giudice Tutelare che lo esamina, il Luogotenente Rapone rende dichiarazioni puntuali su pensione, patrimoni, polizze; l’affermazione di una scelta abitativa (restare in casa) e non essere inserito contro la sua volontà in una RSA; ratifica l’operato premuroso della sua collaboratrice domestica, che non intende mutare, perché gli dà attenzioni, dignità, coraggio, lo fa sentire vivo. Non è l’istantanea di un “incapace”: è la trama di un’esistenza che chiede accompagnamento, non commissariamento.
Anche questo il giudice lo vede, lo annota, lo difende con un provvedimento minimale e, proprio per questo, massimamente efficace.

Qualcuno dirà: ma l’inserimento in RSA talvolta è necessario. Vero.
Ma necessario non significa inevitabile, né rapido, né — peggio — comodo per chi deve risolvere problemi organizzativi scaricandoli su chi ha meno forza di opporsi.
Il punto non è demonizzare le strutture; è impedire che diventino la soluzione standard, la risposta pigra, il destino amministrativo di chi, finché può, ha diritto di restare dove i muri ricordano il suo nome.

E allora sì, oggi possiamo usare un verbo forte: sventare.
Non nel senso cinematografico del colpo di scena, ma in quello civile del limite messo al potere.
Il giudice tutelare non ha autorizzato alcun ricovero, non ha legittimato un iter viziato da omissioni, ha preservato lo status quo confermando l’amministratore e rimettendo ogni altra decisione alla “disamina degli atti”. Ha ricordato che la legalità è, prima di tutto, un metodo: si ascolta, si verifica, si decide. In quest’ordine.

La morale è semplice e antica.
La vecchiaia non è un reato da estinguere in istituto; è una stagione da onorare, possibilmente a casa propria, finché la casa resta possibile. Quando lo Stato — nei suoi mille volti: giudice, medico, ufficio — se ne ricorda, non “ritarda” la soluzione; restituisce respiro alla libertà. E quando la libertà respira, anche la cura diventa finalmente ciò che promette di essere: non una gabbia lucidata, ma una mano che sorregge.