Un testo che non si limita a narrare, ma accompagna chi legge dentro un viaggio interiore. Tra gemelli archetipici, visioni e risonanze dell’anima, Sara Galea costruisce un ponte tra invisibile e tangibile, offrendo un’esperienza che va oltre la narrativa e diventa percorso di crescita personale.

Sara, è un piacere averti qui. “Sharia – Il viaggio attraverso la vita” ricopre un ruolo fondamentale all’interno della tua carriera letteraria?

Innanzitutto, grazie. È un piacere per me avere l’onore di questa intervista. Sì, Sharia il viaggio verso la vita rappresenta un punto di svolta nel mio percorso letterario. Prima di questo libro ne ho pubblicati quattro, e sebbene all’epoca ero fiera e li amavo, oggi li sento lontani. Mi è capitato di riaprirli, ma non mi sono riconosciuta. È stato come leggere qualcosa scritto da un estranea, una persona vuota, senza emozione né sentimento. Non mi piacciono più, mi allontanano da me stessa, è una sensazione sgradevole e strana. Sono libri mentali, scritti di testa. Forse sono serviti in quel momento per liberare qualcosa, per dare forma a pensieri inespressi. Oggi quelle pagine mi sembrano vuote, senza anima. Persino il libro di poesie, che allora pensavo fosse la voce del cuore, oggi mi appare triste, spento. Con Sharia è stato diverso. È stato vedere le parole danzare per arrivare sul “foglio”, come nate da un incanto. Ha cambiato il mio modo di scrivere trasformando la voce che scriveva. Prima c’era un monologo mentale, una voce sola, oggi c’è un’orchestra, È come se più parti di me si siano accordate per suonare insieme. La mia mente, il cuore, la mia anima, ognuno con il suo strumento, ognuno con il suo suono per comporre, insieme qualcosa che vibra, che attraversa, ispira, comunica. Sharia il viaggio verso la vita ha segnato un passaggio. Un prima e un dopo, non solo nella mia scrittura, ma nella mia identità di autrice. È da lì che si è creata la mia vera identità “Come autrice, ho pubblicato diversi libri. Ma è come scrittrice che sento di essermi finalmente trovata.”

Quali autori o filosofie hanno influenzato maggiormente la tua visione narrativa e spirituale?

Nel corso della mia vita ho letto moltissimi libri, come tutti credo.

Dapprima quelli per l’infanzia, poi libri adolescenziali, e infine testi sempre più densi, più profondi. Tra i classici, ricordo Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Enzo Ferrari, Il Piccolo Principe, Il Profeta di Kahlil Gibran, e ancora Friedrich Nietzsche con Così parlò Zarathustra, Albert Camus, Lao Tzu con il Tao Te Ching, la Bhagavad Gita, Michail Bulgakov, Lev Tolstoj con Anna Karenina, Fëdor Dostoevskij. Ad un certo punto, però, sono stata attratta da letture diverse, coerenti probabilmente con la persona che stavo diventando attraverso corsi sulla crescita personale, su diverse tecniche giapponesi, olistiche, ed altro. Ho iniziato ad approfondire i Vangeli apocrifi, la filosofia buddhista, il cristianesimo visto da angolature meno convenzionali. Ho studiato alcuni aspetti della meccanica quantistica, ho letto testi di psicologia positiva, e sono entrata nel mondo delle discipline orientali. Mi sono appassionata alle canalizzazioni di Kryon, ho letto Dianetics, La forza del pensiero sul corpo di L. Ron Hubbard, Scardinare il Sistema Tecnogeno di Vadim Zeland, e ho approfondito innumerevoli testi sull’anima, lo spirito, il mondo delle energie, la pnl, la comunicazione efficace. Ho letto moltissimi libri di Osho, Joe Vitale, Joe Dispenza, Francesco Sole, e altri autori contemporanei. Ma poi ho voluto esplorare i rotoli del Qumran, e ho continuato a cercare, leggere, assorbire. Credo di aver letto oltre duecento libri legati al mondo dell’interiorità. Non so sé queste letture abbiano influenzato la mia visione narrativa ma, soprattutto, secondo me sono quelle della seconda parte della mia vita che hanno probabilmente educato la mente, l’hanno resa più ricettiva, più aperta, più capace di fare silenzio, e in quel silenzio, finalmente, l’anima ha potuto riprendere il suo posto nella direzione della mia esistenza, potendo finalmente parlare. La mia scrittura non è più stata, quindi, un atto volontario, ma è diventata un passaggio, un’apertura, un varco da cui far passare altre parti di me. Quindi, forse, tutti quei testi hanno lasciato un’impronta non costruendo il mio stile, ma forse permettendo che emergesse.

Hai scritto il romanzo nell’arco di quindici anni, principalmente di notte. Che effetto ha avuto questo ritmo sulla scrittura e sulla profondità del testo?

Ho scritto questo libro esclusivamente di notte. Non per scelta, ma per fedeltà a ciò che mi era stato chiesto in sogno, e comunque di giorno ho provato una volta, ma non sono stata in grado di mettere due parole vicine. Mi svegliavo spontaneamente, sempre verso le due/ tre, senza sveglie, e andavo a scrivere, ma non accadeva ogni notte, a volte passavano giorni, a volte mesi senza che nulla si manifestasse. È per questo che la scrittura è durata quindici anni. Qualcuno potrebbe dire che è una esagerazione, ma in realtà questo ha giovato alla profondità del testo, perché quando ci si sveglia in modo spontaneo nel cuore della notte, la mente è ancora in uno stato letargico, meno vigile, meno coercitiva, ed è in quello stato di semi-trance che le diverse parti dell’essere umano collaborano e possono comunicare; nel Coaching si chiama stato di flow: il cervello della testa diventa uno strumento, una mano, una penna, ma a scrivere è qualcun altro: scrive l’anima, scrive il cuore, scrive l’istinto, la razionalità tace e coordina il procedimento, tutto fluisce senza sforzo, blocchi, nulla. Ho studiato con il tempo che ogni parte di noi ha un proprio “cervello”: c’è il cervello della pancia, quello del cuore, ma poi c’è l’anima, l’energia della fonte, che nelle scienze assume altra connotazione e terminologia. Scrivere di notte, per anni, ha creato un allenamento profondo, un vero e proprio team building tra queste dimensioni dell’essere. Oggi, anche quando scrivo da sveglia in stato di coscienza vigile, sento che tutte le parti partecipano. Entro nello stato di flow senza fatica, in maniera spontanea. È come se tutte le dimensioni si siano accordate, come se ormai si conoscano e possano cooperare in ogni momento. Questo per me è stato il dono più grande. Non so se questa scrittura così vissuta darà buoni frutti. Non sta a me dirlo, ma sapere di aver creato dentro di me una collaborazione così attiva tra tutte le mie parti, mi rende profondamente felice.

C’è un passo o una frase a cui il lettore dovrebbe prestare più attenzione? Perché?

Secondo me, il passo a cui il lettore dovrebbe prestare più attenzione si trova nel capitolo dello specchio, alle pagine 213-214. È uno dei momenti più profondi e rivelatori dell’intero romanzo. Le parole sono queste:

“Ora è sempre, il dove è ovunque, tutto è perché esiste nel momento in cui esiste, devi farti da parte, Sharia, per accogliere il tuo vero Sé, devi donarti a te stessa, e per farlo devi ripulirti dal mondo che è entrato dentro di te, non sei tu nel mondo ma è il mondo in te, se non sani te stessa, ciò che hai dentro diventa ciò che è lì fuori.” Questo passaggio è la chiave, la frase che, se ascoltata davvero, può trasformare il lettore da spettatore a protagonista del proprio viaggio interiore. È un invito a fermarsi, a respirare, a riconoscere che ogni percezione, ogni giudizio, ogni ferita proiettata all’esterno non è altro che un riflesso, uno specchio. La protagonista qui non riceve solo una rivelazione: riceve un’istruzione dall’anima. Comprende che l’unico modo per ritrovare se stessa è ripulirsi dal mondo che le è entrato dentro, da tutto ciò che ha assorbito, introiettato, creduto. Perché ciò che siamo dentro crea ciò che viviamo fuori, e finché non lo sanifichiamo, continueremo a vedere all’esterno la distorsione di ciò che ci abita. È una frase che parla di responsabilità, ma anche di potere personale, e se chi legge si permette di riceverla fino in fondo, può accadere qualcosa, si apre una fessura, il respiro si espande e forse, in quel preciso momento, non sta più leggendo un libro: sta leggendo se stesso.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.