Scrittore e provocatore culturale, Giuseppe Cangiano sfida il sistema letterario come un giocatore di poker esperto: niente rituali, solo istinto e visione. Ogni libro è una scommessa sul pensiero critico, sull’onestà narrativa, sull’eccesso calcolato che non cerca la scena, ma il colpo che lascia il segno.

Un caro saluto a te, Giuseppe. Hai scelto l’autopubblicazione come forma di resistenza. Cosa c’è, oggi, da combattere nell’editoria?
Resistere e non farsi abbindolare da un logo prestigioso che finisce sulla copertina del tuo libro. Perché oggi le case editrici sono solo un marchio estetico sul tuo nome d’autore. L’editoria è morta perché ha paletti e filtri, un recinto non ha margini di spazio e si resta lì. Con pecore e cani annessi.
Tra le tue opere, ce n’è una a cui sei particolarmente affezionato? Perché?
Tutte le mie opere sono i miei figli. E a differenza dei figli, i libri non hanno neanche l’onere e l’interesse di rappresentare sulla linea del tempo l’impellenza di esser il primogenito.
Che rapporto hai con il linguaggio cinematografico e con l’immaginario visivo?
Un grande rapporto, quasi erotico. La visione e il concetto di visione, nel Cinema e nella Letteratura, sono l’essenza.
Cosa hai provato quando ti è stato assegnato il Premio alla Carriera “Antonio Piromalli”?
Soddisfazione, ma in questo anno, ho vinto davvero tantissimo. Non posso esser enormemente felice perché altrimenti, a livello inconscio, mi accontento. Guardo avanti per cercare di vincere altri premi simili. Il Piromalli è un premio gigantesco.


