Giulio Brando torna con un EP fatto di voci basse, memoria e piccoli battiti del cuore

Dischi che si aprono come fanno i silenzi tra due persone che si conoscono da tempo: con rispetto, con pudore, con necessità. “Nascosto in aria”, nuovo EP di Giulio Brando, è una raccolta di cinque momenti lievi, cinque canzoni che non cercano verità assolute ma si fanno domande in forma di melodia.
La partenza è “Puledro Pazzo” che è già un manifesto: non della poetica, ma della liberazione. Il puledro è rabbia che si trasforma in aria, in vento caldo che non dà fastidio. La canzone si distende come una prateria sonora, un orizzonte folk che si apre verso l’interno più che verso l’esterno. È l’istinto che incontra la scrittura, l’animale che diventa voce umana. “Colorare facendo riferimento alla tavolozza di un pittore”, sembra dirci Brando, e in effetti la canzone è più pennellata che costruzione.
Con “Nascosto in aria”, ci si muove in punta di piedi. È una ballata che si nasconde nel suo stesso respiro, come una nuvola che scopre il sole, ma solo per un attimo. Qui la scrittura è quella del cantautorato anni ’90, ma con suoni che sanno di oggi. La voce è sicura, presente, ma anche discreta. Il brano non esplode: si espande, e nel farlo rivela che la semplicità non è mai un caso, ma una scelta.
“Il mio viaggio” è una strada interiore. È la canzone del ritorno e della domanda. Il viaggio è fisico, certo, ma anche onirico: ci sono strisce d’asfalto e strade che si aprono nel sonno. La chitarra guida con garbo, mentre il testo suggerisce più che affermare. È un cammino personale che si compie nella notte, tra calma intensa e speranza. Nulla è imitato: tutto è filtrato con delicatezza. L’arrangiamento è asciutto, senza sbavature: la forma segue il pensiero.
Poi arriva “Stretta a me ti tengo”, una poesia in forma pop. Il pianoforte introduce una calma apparente, ma il brano si apre lentamente, come un sipario teatrale. “Fuori piove, il cielo si commuove”: si suona per consolare il tempo e anche il cuore. La melodia è attesa e accogliente, l’assolo di chitarra finalmente compare, non come virtuosismo, ma come gesto necessario. Una sirena, un mare calmo, una carezza nella tempesta. È una canzone che resta, che stringe e non molla.
Infine, “Ricordo di me”, già pubblicata anni fa ne “I giardini degli angeli”, ritorna qui trasfigurata, sospesa, quasi irreale. Merito anche della voce di Maela Chiappini, che trasforma il brano in un quadro sonoro notturno. È una transumanza emotiva, un’evocazione che non cerca approvazione ma solo risonanza. Brando si fa soffio, eco, ombra che accompagna. Il tempo non è più lineare: è memoria che canta.
In “Nascosto in aria”, Giulio Brando non torna per spiegare, ma per ascoltare con noi. È un lavoro che si regge sulla fragilità, sulla scrittura leggera, sulla scelta consapevole di dire poco per lasciare spazio al molto. È un EP che non chiude un cerchio, ma lo disegna appena. Perché alcune cose non vanno concluse, vanno solo accolte.


