Con “Globale” Angela Di Donato afferma la sua voce tra le nuove leve del pop italiano. Un brano prodotto con attenzione ai dettagli e carico di simboli, che invita a lasciarsi attraversare dall’amore e dalle trasformazioni. Una canzone che dice tanto, anche senza spiegarsi troppo.

Nel brano sembri voler denunciare una perdita di autenticità. Ti senti parte o osservatrice di questa trasformazione?
Un po’ entrambe le cose. Da una parte la vivo ogni giorno, dall’altra cerco di guardarla con occhi critici. Viviamo in un mondo dove è tutto in vetrina, ma spesso si perde il senso di ciò che siamo davvero. Con Globale volevo lanciare un messaggio: torniamo a sentirci, non solo a mostrarci. È una canzone che nasce da una riflessione vera, condivisa anche con Damiano Zannetti, che ha scritto il brano con me. Insieme abbiamo provato a raccontare quello smarrimento che però può diventare forza.
La tua voce è uno strumento narrativo preciso. Come lavori sulla vocalità per esprimere emozioni?
Ci lavoro tanto, ogni giorno. La voce per me non è solo tecnica, è una parte di quello che sono. Ogni sfumatura deve raccontare qualcosa. Con il mio maestro Piero Mazzocchetti, che è un tenore eccezionale e un punto di riferimento fortissimo, sto imparando a usare la voce con consapevolezza, a non “cantare e basta”, ma a far sentire cosa provo davvero. Globale è costruita per questo: ci sono momenti più intimi e altri più potenti, proprio come succede nelle emozioni vere.
Ti capita mai di scrivere pensando già a come il pezzo sarà recepito live?
Sì, spesso! Mentre scrivo mi immagino già sul palco, penso a come far arrivare il messaggio anche dal vivo. Con Globale ho proprio sentito che sarebbe stato un brano “da concerto”, uno di quelli che puoi cantare a occhi chiusi insieme al pubblico. Certe frasi sembrano fatte apposta per essere urlate in coro. È una cosa che mi emoziona solo a pensarla.
Quanto spazio hanno le emozioni reali, private, nei tuoi testi?
Tantissimo. Se non ci metto qualcosa di mio, il pezzo non funziona. Anche se uso metafore o immagini più aperte, dentro ogni canzone c’è una parte vera di me. A volte piccole cose che magari nessuno nota, ma per me hanno un significato forte. Scrivere è un modo per dare voce a quello che magari non riesco a dire in altri modi.
Che ruolo ha la scrittura nella tua quotidianità, anche al di fuori della musica?
Scrivo sempre, anche quando non sto componendo. Mi aiuta a capire cosa provo, a mettere in ordine i pensieri. Ho quaderni pieni di frasi, immagini, idee che poi magari diventano canzoni. Per me la scrittura è come una bussola: mi tiene centrata. Non è solo parte del mio lavoro, è proprio parte di me.
“Globale” sembra una riflessione contemporanea. Pensi che il tuo pubblico sia pronto a interrogarsi con te?
Spero di sì. In realtà credo che tanti ragazzi si facciano le stesse domande, ma magari non trovano lo spazio per esprimerle. Con Globale ho voluto dare voce a quel senso di confusione, ma anche di speranza. È una canzone che fa pensare, ma in modo leggero, non pesante. E secondo me, anche chi ascolta pop ha voglia di qualcosa che vada un po’ più in profondità.


