Un brano registrato in due take, nato come flusso di coscienza e cresciuto in un clima di condivisione creativa. Con “M1”, Rocco Giordano affronta temi scomodi e attuali, dalla dipendenza alla guerra, fondendo emozione e impegno. Una traccia che vibra tra dolcezza e urgenza.

Il titolo M1 ha un significato intimo. Quanto è stato liberatorio scrivere questo pezzo?
Io non userei il termine liberatorio, perché sa un po di quella cosa bruttissima che fanno gli esseri umani in solitudine, il buon Corrado Guzzanti nei panni di Quelo la chiama manipolazione genetica e la risposta del messia è “no quella ti fa diventare cieco”. Penso di più sia una realizzazione, un riuscire a trasmettere emozioni a raccontare una storia, a fare un quadro, a rendere universale un messaggio che penso sia un messaggio pieno di dolcezza.
Ci sono riferimenti autobiografici nel videoclip oltre all’esperienza con la dipendenza?
Penso di sì, penso che il riferimento autobiografico possa essere il finale, cioè l’andare incontro al mondo a mano a mano con una donna, che è una situazione interna cioè lasciare lo spazio interno per rapportarsi a una donna, per fare questo bisogna aver superato I propri fantasmi sennò è un rapporto di bisogno anche quello di stare con una donna. Lavoro nella reception di un albergo, se non si sta bene, la notte sono coltelli che ti trafiggono, ci vuole la cazzimm per ammazzare i fantasmi e camminare con le proprie gambe senza diversi accollare ad una donna. Una volta fatto questo scatta la curiosità verso un altro essere umano cercare un unione che crea quell’armonia che è anche l’armonia dell’universo.
Cosa pensi del ruolo della musica nella società attuale? Può davvero cambiare qualcosa?
Io penso che la musica può cambiare le cose, la cultura è quella cosa che cambia le persone dal di dentro, che arriva fin nel profondo. Sto vedendo molti musicisti che stanno prendendo le parti della Palestina, da Roger Waters a Eric Clapton a tutti quei musicisti che lo stanno facendo nei loro concerti, non approvo la rabbia, perché quella alimenta una spirale infinita di rabbia, ma se è quello il modo di esprimersi è sempre meglio del silenzio. Penso che la cultura e la musica possano veramente cambiare le cose, bisogna resistere, indignarsi ed agire ognuno coi propri mezzi.
Hai parlato spesso di artigianalità musicale. Cosa significa per te essere un artigiano della musica?
Ne parlavo oggi col mio insegnante, che mi prende in giro e mi dice “uaglio’ tu si n’artista” e io gli ho risposto che no voglio essere un artigiano, l’artigiano e’ concreto, pensate ad una Camille Cloudel, la scultrice che ha realizzato “The eternal idol” (attribuito a Rodin) quanto poteva essere concreta.
Il rischio è di diventare artisti astratti e ciò mi spaventa enormemente, cerco di combatterlo tutti I giorni, con lo studio continuo e un lavoro continuo su me stesso e con la passione per la musica e per la vita.
Qual è il brano della tua discografia che senti più vicino oggi, a parte M1?
Strano a dirsi, ma il brano che mi viene da suonare tutte le volte che sto su un palco e che sento più vicino è “Virgole” dall’omonimo Ep , scritto nel 17 mentre facevo il corso di tecnico del suono è una canzone che mi piace suonare e che piace sempre e che apre la strada ad un bell’assolo. Poi ci sarebbe anche “ti va di rischiare “ che ho inciso in inverno, chitarra acustica e voce in diretta , questa come altre canzoni romantiche, che ho registrato , sempre in inverno, mi sembrano anacronistiche perché con tutto ciò che sta succedendo adesso Palestina e non solo, non me la sento di cantare canzoni romantiche.
Però penso che gli hippy non erano tanto stupidi, se ci pensate dicevano fate l’amore non la guerra, lo so che è un utopia, ma se invece di covare la rabbia si cercasse il bello che c’è nel mondo le cose andrebbero diversamente, io comunque sono un ottimista e so che le cose cambieranno.
Come ti relazioni con il pubblico durante i live? Cerchi l’interazione emotiva o lasci che la musica parli da sé?
Bella domanda, qui cogli il mio tallone d’Achille, premetto il fatto che sto studiando tantissimo, in modo di avere più strumenti possibili per comunicare col pubblico.
Comunque sia la risposta è che cerco l’interazione emotiva. In quel momento il tempo si comprime e se tu dai tutto te stesso chi è dall’altra parte lo sente, cerco sempre di attirare l’attenzione e incuriosire, una volta suonando la chitarra dietro le spalle o coi denti, altre volte ascoltando con attenzione ciò che sto suonando, e pensando che deve deliziare chi sta di fronte a me, altre volte cerco di metterci tutte le energie. È pur vero che è la musica a parlare perciò devi fondere le cose, deve essere un tutt’uno, in quel momento stai parlando con la musica e devi essere prima di tutto onesto. Se in quel momento sei triste è inutile che sorridi e cerchi di fare musica allegra, devi sentire te stesso e esprimere ciò che senti. Una volta a Padova ero tristissimo e ho fatto un sacco di soldi perché trasmettevo ciò che sentivo. Spesso mi capita di pensare di trasmettere il suono ad una donna ben precisa, e tutte le volte che succede le altre donne, che sia per strada o in un locale, lo sentono. La cosa più bella e’ quando si chinano per laciarti un euro, a volte ti dicono bravo, ma lo sguardo, quello sguardo ti dice tutto, è uno sguardo di complicità che ti riempe il cuore.
Un altra cosa bellissima è quando in un locale hai di fronte a te una persona talmente presa che ti restituisce le emozioni che tu le stai dando, in quel momento si crea uno scambio fantastico.
A volte poi spunta fuori Hendrix e li diventi coatto e ci metti tutto quello che vuoi e ti diverti come uno scemo, il pubblico va in delirio, ma non può succedere sempre sennò è un clichet. Devi sentire se è il pubblico adatto, se lo fai con il pubblico sbagliato non trasmetti nulla. Comunque sia più sei vero e più paga.


