Almo è diverso, testardo, chiuso. Ma in fondo vuole solo essere felice. Con parole e illustrazioni, Alessandra Negri costruisce un albo illustrato per tutti, bambini e adulti, che racconta il coraggio di cambiare e seguire la propria natura. Una storia che parla piano, ma arriva lontano.

Com’è nato il personaggio di Almo e cosa rappresenta per lei nella sua vita personale e creativa?
La storia di Almo racconta di una trasformazione professionale e personale che io stessa ho attraversato e che mi ha condotta, tra le altre cose, a fare oggi quel che amo: scrivere e illustrare i miei lavori.
Anche la figura del foglionco è connessa ad un ricordo familiare nel periodo in cui stavamo intessendo il nostro progetto di trasferimento dalla Lombardia alla Toscana, in particolare, in Lucchesia.
Avevamo infatti ricevuto una raccolta di detti tipici toscani e quello relativo alla Lucchesia aveva come protagonista un foglionco, personaggio che affonda le sue radici nel folklore contadino locale.
C’è molta incertezza su chi il “foglionco” effettivamente sia: è sicuramente un predatore notturno appartenente alla famiglia dei mustelidi, come le donnole, le puzzole, i tassi e le faine.
Nella nostra raccolta di detti si parlava del foglionco come “puzzola” e, questo, ha fornito molti spunti di gioco e scherzo con i nostri bimbi, soprattutto quando, a sera, rifiutavano di fare il bagno.
Da ricerche più approfondite, ho poi scoperto che i più, riconducevano la figura del foglionco alla faina (martens foina).
Nel momento in cui sono stata pronta a scrivere il mio primo albo, la storia non poteva quindi che raccontare di una trasformazione alla ricerca della felicità e il protagonista perfetto per questa narrazione non poteva che essere un foglionco; questo non solo perché la sua figura era stata fortemente connessa al nostro progetto familiare di cambiamento e trasformazione, ma anche perchè, etologicamente, la faina presenta molte caratteristiche di aggressività e isolamento sociale che la rendevano una perfetta protagonista della storia che si stava delineando.
Nel libro si parla del coraggio di cambiare e abbracciare la propria unicità. Quanto sente questo messaggio urgente anche per gli adulti?
Il mio albo è un racconto per l’infanzia che parla innanzitutto all’adulto. Provo a spiegare il senso di questa apparente dicotomia.
Siamo nati per essere felici.
La felicità si raggiunge percorrendo la vita a passi lievi nella direzione di ciò che per noi davvero conta.
Il punto di partenza imprescindibile è, pertanto, quello di saper ascoltare i nostri bisogni più autentici, decifrare ciò che ci riempie di entusiasmo e ci fa sentire pieni e perfetti.
Nel fare questo, a mio avviso, inciampiamo in due ostacoli principali: in primis la nostra incapacità o, meglio, disabitudine al restare nel silenzio e nell’ascolto della nostra voce interiore; e, secondariamente, la rilevanza che diamo all’opinione e alle aspettative che il nostro gruppo sociale ha sulla nostra vita, sui risultati che siamo richiesti di raggiungere e sul nostro ruolo nelle dialettiche sociali che abbiamo intessuto.
Evidentemente, in un contesto in cui non riusciamo più a sentire la nostra voce e i nostri bisogni, creiamo uno spazio interiore in cui la pressione del gruppo sociale che ci circonda acquisisce un ruolo preponderante e bloccante.
I bambini sanno ascoltarsi e orientare di conseguenza i loro passi. E’ con il crescere in una società come la nostra che questa competenza può venire via via persa.
Quindi, quella sul coraggio di ascoltarsi e abbracciare ciò che fa vibrare il nostro cuore di gioia, anche quando questo induca cambiamenti che ci conducono distanti dalle aspettative del nostro gruppo sociale, è un messaggio rivolto essenzialmente agli adulti, perché sono loro ad averne effettivamente bisogno.
Evidentemente però, parlare di “adulto” non include solo la persona che legge oggi affianco al bambino, ma anche l’adulto in cui un giorno quel bimbo si trasformerà.
Come ha conciliato illustrazione e narrazione per veicolare i messaggi del libro a lettori di tutte le età?
Le illustrazioni sono un modo di narrare la storia al di là e in sinergia con le parole.
Le illustrazioni possono essere ricondotte, in prima battuta, a due macro categorie: quelle che amplificano ed entrano in risonanza con la dimensione emotiva del racconto e quelle che si sovrappongono alla narrazione arricchendola con dettagli ed elementi aggiuntivi su cui le parole tacciono e in cui è molto divertente perdersi.
Entrambe queste tipologie di illustrazioni sono importantissime per la coerenza di fondo e la ricchezza della narrazione.
Poter illustrare il proprio racconto è per me un privilegio inestimabile, perché sono in questo modo sicura che il messaggio sia comunicato in modo esatto rispetto alle mie intenzioni.
Quanto al destinatario del mio lavoro, per quanto riguarda le illustrazioni cerco di mantenere uno stile, per quanto possibile, realistico, evitando tratti particolarmente infantili o semplificati.
Questo perché sono convinta che i bambini abbiano una grandissima capacità di comprendere tratti e immagini anche realistici e che l’avvicinamento alla lettura e alle illustrazioni possa e debba essere un’occasione di crescita.
Il foglionco nasce da un gioco con i suoi figli. Quanto l’esperienza familiare influenza la sua scrittura?
Lo sguardo dei bambini è pieno di meraviglia; vivergli accanto significa imparare a condividere questo modo di guardare alle cose del mondo pieno di divertimento e poesia. E quando sei in grado di assaporare la magia e la bellezza di quel che ti circonda, non puoi che riempirti di gratitudine.
Questo sguardo è una fonte inestimabile di ispirazione per chi scrive.
Non è un caso che “L’esperimento”, l’albo successivo ad “Almo, piccola storia di un foglionco che sceglie di essere felice” che presto dovrebbe uscire è incentrato sulla gratitudine e sui super-poteri che uno sguardo grato ci dona.
A chi consiglierebbe la lettura di ‘Almo’?
A chi ha fame di gioia; a chi ha iniziato ad ascoltarsi; e a chi, come Almo, sperimenta nella sua vita, apparentemente perfetta, un’inquietudine sorda a cui non riesce a dare un nome o un perché.
Che ruolo ha avuto la natura, tanto presente anche nella sua vita, nella costruzione del mondo immaginario di Almo?
Adottare uno sguardo rigoroso e attento all’etologia delle specie animali, in questo caso della faina, è una scelta che ho fatto con molta consapevolezza. Così come quella di concentrarmi sulle specie del territorio in cui vivo e che amo profondamente.
In generale, trovo molto importante che la narrazione resti, per quanto possibile, aderente alla realtà e in grado di includere, anche in contesti chiaramente fantastici, elementi di descrizione coerente e fedele al dato scientifico.
Ne “L’esperimento” questa scelta è ancor più accentuata: a differenza di “Almo”, in cui la nostra faina è l’indiscusso protagonista della narrazione, “L’esperimento” è un albo corale, in cui molti personaggi intervengono a dare il loro descrizione di cosa la gratitudine sia e quali effetti abbia nel loro modo di vedere il mondo.
Ognuno di questi personaggi appartiene ad una diversa tipologia di animale che popola la macchia mediterranea, così da dare un affresco, pur senza pretesa di completezza, degli animali che vivono nei nostri boschi e di cui possiamo facilmente trovare traccia con un occhio un po’ più attento.
Credo che accompagnare i bambini e i futuri adulti di domani alla conoscenza del territorio in cui vivono sia il primo passo per stimolarne curiosità, mostrare bellezza e, da queste, approdare ad uno sguardo di cura e di rispetto che, magari, potrà orientare le loro scelte del futuro.


