Il terzo album di Ginez e il Bulbo della Ventola, intitolato “Sambuca Sunrise”, è un viaggio emozionante attraverso le sfumature dell’animo umano, viaggio che questa volta si colora della firma pregiata di una sequela di musicisti davvero importanti. Quel certo dualismo che permea il chiaroscuro della vita è in fondo il cuore di tutta la lirica del disco, come lo è, a modo mio di vedere le cose, anche quel mantecare nella tracklist di pop e fumoso alcool caposselliano. Come nella copertina curata dal fotografo Andrea Maglio, dove i volti spariscono e restano sagome a confondersi con le proprie ombre sul muro. Un dialogo alla pari dove sparisce l’uomo e resta soltanto la sua luce.

“Sambuca Sunrise” è la vita stessa che si dipana in orchestrazioni raccolte dalla strada di ogni giorno. Dalla polverosa “Benzene” ai gusti latini della tromba di Raffaele Kohler dentro “Le luci della sera”. Dalla summa di atmosfere tra Provenza, Italia anni ’60 e una Cartagena “ai tempi del colera”, fino alle melodie insolitamente quadrate di “Memoria di un poeta” dentro cui sento passaggi di drumming non troppo definiti e certi. È un disco poco facile e ancor meno “automatico”, senza dubbio un lavoro che non merita l’ascolto del sottofondo o della compagnia vista anche la penna affilata di Ginez. Troppe ombre però o forse troppi punti poco illuminati o “illuminati male”. Non so bene ma qualcosa mi confonde le idee e faccio fatica ad entrarci dentro… troppo alcool o poco pop? Non saprei…


