All’inizio del conflitto in Medio Oriente, l’esodo tumultuoso dei palestinesi, si è aggirato attorno ad un milione.

Le condizioni precarie in cui vivono i palestinesi a Gaza, hanno risollevato il problema del modo di vivere di queste popolazioni, condannando le organizzazioni estremiste e gli attacchi terroristici. Gli stessi paesi arabi, che circondano le popolazioni in guerra, sono contrari all’uso della violenza, pur appoggiando la soluzione dei due stati per Israele e Palestina. Per comprendere la guerra attuale, si deve studiare la storia, conoscerne le origini e capire che, 7 milioni di ebrei in Cisgiordania e oltre 460mila in 130 insediamenti e 120 avamposti, non possono “convivere” con quasi 2milioni di arabi in Israele, oltre che ad altri 5milioni divisi tra Cisgiordania e Striscia di Gaza (dati approssimativi). Le popolazioni sono stremate e per molto tempo, abbandonate a loro stesse, e alle uccisioni quotidiane di civili. Nelle carceri israeliane, prima dell’inizio della guerra del 7 ottobre, vi erano più di 5mila palestinesi, il cui numero è aumentato di ulteriori 3mila in questi quasi 2 mesi di combattimenti. Martin Griffiths, capo dell’Agenzia umanitaria OCHA delle Nazioni Unite ha affermato che: “A Gaza regna una carneficina che raggiunge nuovi livelli di orrore ogni giorno”. Gli attacchi terroristici perpetrati da Hamas, non possono passare come puro atto terroristico, ma la popolazione israeliana e palestinese, non devono smettere di sperare in una soluzione politica rapida e definitiva, alla loro situazione.