Era il 23 novembre 1872 quando il poeta Giosuè Carducci si cimentò in una singolare riflessione sul mondo, attraverso la stesura di un sonetto intitolato “Il bove”, capace di restituire al lettore una certa idea di mondo e dell’esistenza umana.
Il titolo originale era “Contemplazione della bellezza” e, sin da subito, l’opera ricalcava gli schemi e gli andamenti tematici tipici del sonetto, costituito da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine alternate e due terzine a rima varia.
In ciascun verso è possibile carpire l’essenza della poetica di Carducci, il quale eleva l’immagine del bue come simbolo dei principi etici e morali, e la serenità del suo animo, con rimandi al valore morale, etico e curativo dell’arte. La descrizione bucolica, tipica degli scritti del poeta, è insita nei ricordi passati della sua adolescenza e nella malinconica rimembranza dei paesaggi naturali della Maremma, in un crescente pathos che confluisce nell’immagine idilliaca dell’animale, considerato sacro. Quest’ultimo viene celebrato per la sua bontà e la sua laboriosità sin dall’inizio, come emerge nella descrizione divina con l’aggettivo “pio”.
La sensazione di pace e il sentimento del bello, che si percepisce in tale locus amoenus, si uniscono in un’armonica riflessione sulla natura, in cui l’animale – in questo caso il bue – si inserisce perfettamente -, sui valori morali ed etici persistenti in una visione paesaggistica lontana dalla corrotta società moderna.
Si tratta dunque, di una riflessione sulla mitezza e sulla semplicità della campagna, capace di preservare e custodire i significati di purezza e di bellezza, diventando, soprattutto, la musa ispiratrice di tanti altri poeti come Leopardi, nelle cui opere la natura assurgeva a cornice del suo infinito naufragare e spingersi oltre i limiti imposti dall’umano.
[…] “E del grave occhio glauco entro l’austera dolcezza si rispecchia ampio e quieto il divino del pian silenzio verde.”